Il maiale e la rotondità del mondo

dal profilo facebook di fratel Ignazio de Francesco, monaco della Piccola famiglia dell’Annunziata.

Sento spesso ripetere che Dio (se c’è) avrebbe proibito il maiale perché fa male. Colesterolo, trigliceridi, ipertensione, semina di tumori, un’abbondanza di prove cliniche al servizio di un’idea semplice: anche nel caso del maiale la scienza moderna conferma le antiche Rivelazioni. L’apologia razionale dei precetti divini non è in realtà cosa nuova.

Presentando la bellezza delle leggi della Torah a un uditorio di ellenisti, pagani e inclini a ridicolizzare le cose giudaiche, il grande filosofo ebreo Filone, contemporaneo di Gesù ad Alessandria, affermava per esempio che il comando della circoncisione ha una precisa finalità fisiologica: garantire un getto di seme più potente e rettilineo, con l’effetto di aumentare notevolmente la fecondità della coppia, cosa a quel tempo massimamente desiderata.

Uguale e contraria alla spiegazione razionale della proibizione del maiale mi sembra quella fornita da un famoso antropologo culturale, Marvin Harris, che risalendo alle origini più remote del precetto sostiene che il motivo, nella notte dei tempi, sia stato essenzialmente economico: in aree che conoscevano la perdita di paludi e boschi, l’estensione delle praterie e la desertificazione, i maiali erano diventati troppo costosi. Per disincentivarne l’allevamento si fece quindi appello agli uomini di religione e alla loro formidabile capacità di persuasione. Harris nega che il motivo sia perché i maiali sono sporchi e mangiano sporco: anche bovini e polli, dice, all’occorrenza trangugiano escrementi. Nega anche che siano portatori di malattie terribili, non più almeno di altri animali “puliti”, come i bovini, “veicoli di antrace, brucellosi e altre malattie altrettanto se non più pericolose per l’uomo di quelle che il maiale può trasmettere”.

Entrambe le proposte mi sembrano interessanti, ciascuna con le sue prove razionali, ma proprio per questo non del tutto convincenti. Ho infatti l’impressione che il rapporto con il cibo sia in generale una cosa molto complessa, perché è l’atto con il quale si introduce il mondo dentro di sé, a partire dalle prime poppate.

Più misteriosa ancora l’astensione dai cibi. Un bimbetto del mio cortile rifiutava pertinacemente di mangiare qualsiasi genere di carne della quale vedesse nel piatto la forma dell’animale: una sogliola ad esempio, o un bel cosciotto di pollo. Faceva impazzire sua madre e ridere tutti, ma al ripensarci oggi ho l’impressione che dietro a quel taboo alimentare autoimposto si nascondessero intuizioni profonde di una persona di soli sei anni.

Un po’ più avanti nella vita ho incontrato l’anoressia, che colpisce particolarmente le adolescenti e nella quale forse va intravista – a parte tutti i problemi psicologici e familiari degli anni della crescita – anche una dimensione ascetica (ne hanno scritto Vandereycken e Van Deth).

Per quanto riguarda la proibizione religiosa del maiale e le altre interdizioni alimentari, continuo a ritenere che si tratti di comandi ai quali il credente obbedisce semplicemente perché “Dio ha voluto così”, senza un’altra ragione principale fuori di quella insondabile Volontà. Si tratta cioè di comandi espressione di una “deontologia”, un dover essere, e non, come in altri casi, di una “teleologia”, cioè di un fine da realizzare. La dimensione deontologica regge in particolare tutta la dimensione cultuale e quella del rapporto puro/impuro, che è cosa molto diversa da pulito/sporco.

L’astensione dal maiale divenne in area semitica un segno fortissimo di appartenenza identitaria, come dimostra un libro apocrifo della Bibbia ebraica (2Mac): un’intera famiglia, madre e sette fratelli, accetta di essere fatta a pezzi con torture terribili pur di non trangugiare, su ingiunzione del re pagano, carne di porco. Il testimone dell’osservanza è passato secoli dopo ai fedeli dell’islam. A quanto ne so, può accadere che un musulmano scivoli sul divieto, altrettanto vincolante, delle bevande inebrianti, ma la fedeltà al divieto del porco è granitica. Anche perché il porco fa schifo, come mi spiega un amico siriano con un esempio: “Tu mangeresti scarafaggi?”.

Ho avuto indizio della componente etnica di questo atteggiamento in occasione di un incidente banale: i panini al prosciutto crudo ingenuamente confezionati per la gita dei bimbi palestinesi cristiani iscritti al catechismo cattolico. Giunti sul posto del picnic i bambini hanno ispezionato con cura il contenuto dei sandwich e la notizia della scoperta indesiderata si è diffusa in un baleno per tutto il campeggio: inorriditi hanno gettato via il prosciuttino e si sono contentati del pane.

Anche nell’islam Gesù è descritto come umile di cuore e misericordioso. Così in una narrazione riportata da un grande precettore di califfi come Ibn Abi al-Dunya si racconta che un porco passò presso di lui, che gli disse: «Passa in pace». Gli fu chiesto: «Spirito di Dio, è a questo porco che lo dici?!». Rispose: «Detesto abituare la mia lingua al male». Malgrado ciò, tra gli eventi terribili che precederanno l’Ultimo Giorno, secondo l’enumerazione dettagliata della tradizione islamica ufficiale, rientra l’eliminazione del maiale, solennissima e proprio per mano del Gesù musulmano. Come dire: la scomparsa del porco è un segno della Fine.

Spostandoci di ottomila chilometri verso est scopriamo che in cinese casa/famiglia si dice 家(jiā). La parte superiore del carattere ha la forma di un tettuccio, come ci si aspetterebbe da una grafia che riproduce simboli della realtà, ma è quel che si trova sotto quel tettuccio che sorprende: la raffigurazione stilizzata di un maiale! Come a dire: là dove c’è un maiale lì fiorisce un nucleo familiare. Archeologia ed economia confermano: addomesticato 6-7 mila anni fa, il maiale è il simbolo del menù cinese, che ne mette in tavola in tutte le salse ½ miliardo di capi all’anno, la metà circa del consumo mondiale.

Come se non bastasse, è anche un segno dello zodiaco cinese, che com’è noto gira non sui mesi (cosa ridicola e priva di senso, mi dice un’amica di Pechino) ma sugli anni. Gli oroscopi dicono che i nati del maiale sono diligenti, compassionevoli, generosi, dotati di grande capacità di concentrazione e di autocontrollo in ogni difficoltà, con un fisico sano e resistente alle malattie. Ottimo affare sposare un maiale, soprattutto se si è del segno della capra, tigre o coniglio. Il 2019 sarà in Cina l’anno del maiale e ci si aspetta ottime cose dai partoriti in quell’anno. Insomma: un altro indizio che il (bel) mondo è rotondo.

Ignazio de Francesco

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