La messa sul mondo, di padre Pio Parisi

da Incontripioparisi.it, Incontri Pio Parisi, discernimento e solidarietà.

Dopo aver scritto “L’etica dal mistero”, che non è un libretto di devozione; dopo aver comunicato agli amici qualche riflessione sulla potenza dello Spirito Santo che “fa vivere e santifica l’universo” (preghiera eucaristica III), in modo che tutto converga; dopo aver riflettuto sulla fede che non spiega i problemi che noi ci poniamo, ma tutto illumina di una luce trascendente: tento la conclusione di un itinerario e un intervento propositivo.

La conclusione di un itinerario

È questa una espressione molto ambigua e presuntuosa. In realtà è solo un punto di arrivo dei miei tentativi di comunicare in amicizia spirituale quel che ho capito negli ultimi mesi.

La Messa è “fons et culmen”, come dice il Concilio Vaticano II. Dalla sorgente al mare aperto, che qui può simboleggiare la pienezza della vita, la comunione di tutta l’umanità passata, presente e futura, con il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo. Questo è l’itinerario per cui siamo creati. La vera conclusione è il compimento, ciò che è già e non ancora.

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Cedri del Libano (lettura popolare della Bibbia)

da Profeziaeliberazione.blogspot.com, Profezia e Liberazione “L’uomo può volgersi al bene soltanto nella libertà” (GS 17).

Ci sono nella Bibbia espressioni e immagini che si possono cogliere appieno soltanto immergendosi nella geografia delle terre, dei mari e dei monti delle regioni in cui è nato il testo. Se dal mare o da qualunque luogo dei territori corrispondenti agli attuali Siria e Israele si guarda verso il Libano, ciò che lascia un’impressione profonda sono le imponenti catene montuose, con cime che, superando i 3.000 metri, si stagliano contro il cielo. Per i popoli delle regioni circostanti, abituati a climi torridi e a piane spesso desertiche, la visione di questi monti ha sempre suscitato timore e riverenza. Molti racconti ugaritici e mesopotamici fanno così delle cime libanesi dell’Ermon luoghi mitici e popolati da divinità. Data la loro altezza, esse sono spesso ricoperte di ghiacci e nevi, e questo fatto è all’origine del nome della regione. Laban nelle lingue semitiche è radice che significa “bianco” (oggi in arabo indica ad esempio il latte) e da qui il nome Libano.

Oggi tali montagne appaiono brulle e rocciose, ma nell’antichità tutta la catena montuosa libanese era di un colore verde vivace dato dalle sterminate foreste di cedri che la ricoprivano. Certi panorami alpini possono soltanto essere un’ombra delle decine di chilometri di foreste ininterrotte che ricoprivano queste montagne, bianche per sei mesi l’anno e verde smeraldo per i restanti sei.

Il cedro è una conifera, albero imponente che può raggiungere 2,5 metri di diametro per 40 di altezza. Essendo l’unica riserva di legno nell’immenso territorio che va dalle regioni dei grandi fiumi mesopotamici all’Egitto, gli oltre tre millenni di sfruttamento del legno per la costruzione di navi, abitazioni ed edifici religiosi da parte di egiziani, amorrei, fenici, cananei, israeliti, babilonesi, assiri, persiani, greci e romani hanno progressivamente ridotto il numero di questi alberi, tanto che, nel 118 d.C., l’imperatore Adriano, per tutelarli, emanò quello che può essere considerato uno dei primi decreti di protezione ambientale della storia.

Oggi le poche centinaia di alberi rimasti sulle catene montuose libanesi sono concentrate in alcuni parchi naturalistici sotto la tutela dell’UNESCO. Queste imponenti conifere hanno rappresentato per i popoli biblici un simbolo di potenza e di ricchezza, di maestà e di imponenza. E con queste categorie ci confronteremo in questo contributo.

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I fruttopuristi

da Moked.it, il portale dell’ebraismo italiano.

Nel fortunato testo I frutti puri impazziscono (Bollati Boringhieri), l’antropologo James Clifford ha utilizzato un’immagine tratta da una poesia di William Carlos Williams, quella appunto dei frutti puri, per chiarire la poca serietà delle pretese di purezza culturale. Isolare le identità, secondo Clifford, significa soffocarle e provocare un corto circuito, farle impazzire insomma. Eppure negli ultimi trent’anni, seguiti alla pubblicazione del libro di Clifford, dobbiamo prendere atto di una radicalizzazione delle identità impressionante, anche se non uniforme.

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La crisi e l’Italia nella bolla

da Vinonuovo.it, «vino nuovo bisogna versarlo in otri nuovi» (Lc 6,36).

Mi pare ormai assodata l’impossibilità di stare dietro alle giravolte di questa crisi politica infinita che le elezioni del 4 marzo hanno aperto. Ormai non ho la più pallida idea di quale sarà il suo sbocco e come ci arriveremo. Però c’è un aspetto che mi pare chiaro ma di cui non mi sembra abbiamo tratto fino in fondo le conseguenze.

Questa crisi si gioca principalmente su un punto: quello dei rapporti tra l’Italia e ciò che sta intorno a noi. A fronteggiarsi sono due posizioni: da una parte i sovranisti – come si dice oggi – secondo cui la priorità è difendere l’Italia (la sua indipendenza nelle scelte economiche, i suoi confini…); di qui lo slogan «prima gli italiani» (che poi altro non è che la traduzione dell’America First di Donald Trump). Dall’altra gli europeisti, secondo cui – pur con tutti i distinguo del caso – la priorità è rimanere fedeli all’orizzonte europeo (la sua moneta, le sue regole di bilancio, le sue forme comunque fragili di integrazione…) e farlo a qualsiasi prezzo. Si tratta di un confronto tutt’altro che banale e su cui è giusto discutere. Ma c’è un problema: come si fa a discuterne in maniera seria se come Paese abbiamo eliminato dal nostro orizzonte tutto ciò che accade fuori dai nostri confini? In base a che cosa discutiamo se è meglio seguire la strada di quest’Europa o avventurarci in proprio su un percorso nuovo se quanto accade nel mondo non ci interessa? Di quale tipo di sovranità parliamo se persino un posto essenziale per la nostra collocazione geopolitica come la sponda sud del Mediterraneo nelle cartine geografiche del politico italiano medio è tornata ad essere contrassegnata dall’«hic sunt leones meglio starne alla larga»?

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