La crisi e l’Italia nella bolla

da Vinonuovo.it, «vino nuovo bisogna versarlo in otri nuovi» (Lc 6,36).

Mi pare ormai assodata l’impossibilità di stare dietro alle giravolte di questa crisi politica infinita che le elezioni del 4 marzo hanno aperto. Ormai non ho la più pallida idea di quale sarà il suo sbocco e come ci arriveremo. Però c’è un aspetto che mi pare chiaro ma di cui non mi sembra abbiamo tratto fino in fondo le conseguenze.

Questa crisi si gioca principalmente su un punto: quello dei rapporti tra l’Italia e ciò che sta intorno a noi. A fronteggiarsi sono due posizioni: da una parte i sovranisti – come si dice oggi – secondo cui la priorità è difendere l’Italia (la sua indipendenza nelle scelte economiche, i suoi confini…); di qui lo slogan «prima gli italiani» (che poi altro non è che la traduzione dell’America First di Donald Trump). Dall’altra gli europeisti, secondo cui – pur con tutti i distinguo del caso – la priorità è rimanere fedeli all’orizzonte europeo (la sua moneta, le sue regole di bilancio, le sue forme comunque fragili di integrazione…) e farlo a qualsiasi prezzo. Si tratta di un confronto tutt’altro che banale e su cui è giusto discutere. Ma c’è un problema: come si fa a discuterne in maniera seria se come Paese abbiamo eliminato dal nostro orizzonte tutto ciò che accade fuori dai nostri confini? In base a che cosa discutiamo se è meglio seguire la strada di quest’Europa o avventurarci in proprio su un percorso nuovo se quanto accade nel mondo non ci interessa? Di quale tipo di sovranità parliamo se persino un posto essenziale per la nostra collocazione geopolitica come la sponda sud del Mediterraneo nelle cartine geografiche del politico italiano medio è tornata ad essere contrassegnata dall’«hic sunt leones meglio starne alla larga»?

Questi tre mesi sono stati la quintessenza di questo atteggiamento. Da marzo a oggi sono capitati fatti destinati a incidere pesantemente sul futuro di tutti: l’uscita degli Stati Uniti dall’accordo sul nucleare iraniano con nuovi venti di guerra in Medio Oriente, le tensioni a Gerusalemme, l’atteggiamento di Erdogan in Turchia, la guerra dei dazi, nuove gravi carestie in alcune aree dell’Africa, la crescita dell’estremismo islamico in Estremo Oriente con l’attentato alle chiese di Surabaya in Indonesia che è solo l’ultimo campanello d’allarme… Su tutte queste cose in tre mesi non abbiamo sentito una parola da un Paese che pensa di vivere dentro una bolla con al centro Montecitorio e il Quirinale. Basta leggere la scarna paginetta dedicata agli Esteri nel contratto del «governo del cambiamento» per rendersi conto della pochezza del dibattito sul mondo: un colpo al cerchio e uno alla botte su fedeltà all’Alleanza atlantica e rapporto con Mosca. Con due principali preoccupazioni (tutte interne): la fine delle sanzioni alla Russia che indeboliscono le imprese italiane e la riduzione delle missioni militari all’estero (sempre per ragioni di spesa, non di visione politica). Nulla sull’Africa: del famoso slogan «aiutiamoli a casa loro», quello su cui a parole siamo tutti d’accordo, neanche l’ombra. Ma il bello è che nelle critiche a questo programma da parte dei suoi oppositori questo capitolo è stato tra i meno gettonati. Perché – in fondo – non è che dall’altra parte sulla nostra collocazione nel mondo si abbiano idee molto più chiare.

Ecco allora il punto: in un contesto del genere sovranismo ed europeismo diventano inevitabilmente la caricatura di se stessi. Perché in un Paese che si illude di vivere in una bolla, la traduzione pratica del sovranismo diventa un isolazionismo velleitario. Diciamo di voler «difendere i nostri interessi», ma nel mondo di oggi da soli siamo destinati inesorabilmente a perdere. Però senza una riflessione seria su quale tipo di rapporti internazionali vogliamo costruire anche l’europeismo diventa una caricatura e lo stiamo vedendo chiaramente anche in queste ore. L’Europa non è un oracolo ma un progetto rimasto incompiuto. E senza una visione solidaristica forte al suo interno finisce per essere solo una grande banca con tutti i suoi limiti.

Questa povertà di idee non può non chiamarci in causa; è uno spazio importante per una testimonianza da cattolici dentro a questa crisi. Siamo chiamati a chiamare il bluff di chi si illude di poter sfidare i mercati globali ma tenendoci stretti i vantaggi che quella stessa economia globale fondata sulle diseguaglianze ci ha garantito. È un’illusione: non può funzionare e alla fine anche in Italia a pagare il prezzo finiranno per essere i più deboli. Dobbiamo invece aiutare a ritrovare uno sguardo davvero «cattolico», cioè capace di tenere insieme. Passare dall’orizzonte della globalizzazione a quello dell’interdipendenza, come il magistero sociale della Chiesa già dai tempi di Paolo VI ripete. Mettere all’ordine del giorno le questioni vere che attraversano il mondo di oggi: la mancanza di regole finanziarie globali serie nonostante la lezione della crisi del 2008 (che poi sono quelle che amplificano gli effetti degli attacchi speculativi come sta succedendo in queste ore), i paradisi fiscali, la sfida di una gestione equa e sostenibile a lungo termine delle materie prime e delle fonti energetiche, le condizioni di lavoro di chi dall’altra parte del mondo produce a prezzi insostenibili gli oggetti che compriamo al negozio sotto casa, il boom del mercato delle armi che alimenta i conflitti (comprese quelle «non prettamente belliche» che – con una definizione singolare – compaiono come un settore strategico per il «made in Italy» anche nel contratto del «governo del cambiamento»). Ma sono tutte sfide che ci chiedono prima di ogni altra cosa di uscire dalla bolla. Di smettere di continuare a pensare che quanto accade ad appena poche centinaia dai nostri confini sia un problema di qualcun altro.

«Prima noi». Alla fine si tratta solo di decidere che cosa significa davvero la parola «noi».

Giorgio Bernardelli

 

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