Analisi scorretta – Scollamenti

da Moked.it, il portale dell’ebraismo italiano.

Una costante che si è verificata sia nel referendum britannico per la Brexit che nella elezione di Trump negli Stati Uniti è la divaricazione del voto tra le zone metropolitane e quelle rurali.

Nel giugno scorso il voto di Londra fu decisamente a favore del remain in controtendenza con quello del resto dell’Inghilterra e del Galles.
Anche negli USA il voto a favore dei democratici che, non lo dimentichiamo, è stato superiore di 1,5 milioni di suffragi rispetto a quelli presi da Trump, si è concentrato sulle due coste e su Chicago, mentre quello per i repubblicani si è verificato, come avviene fin dai tempi di Clinton, negli Stati dell’interno.
Lo stesso fenomeno si è verificato ieri in Francia: a Marine Le Pen è andato solo il 10% del voto dei parigini, mentre Macron a Parigi ha preso il 90%, così come nelle banlieu parigine dove ha preso più voti della media nazionale.

Si può dire che le aree metropolitane sono a favore della globalizzazione e quelle rurali contro? Sarà perché nelle grandi città ne godono i vantaggi e in periferia gli svantaggi? Probabile, ma l’effetto è che le popolazioni dei grandi centri risultano più aperte rispetto a quelle periferiche, più povere ed impaurite.

Questo schema non si è però verificato in Italia per il referendum costituzionale, oppure si è appena accennato, perché tra le grandi città italiane solo a Milano hanno vinto i favorevoli alla riforma.

Possiamo dire che siamo in controtendenza? È possibile, ma anche da noi esiste uno scollamento sociale che non passa tra la dicotomia metropoli/periferia ma in altro modo.
A veder bene il segnale ci è stato dato proprio dal referendum costituzionale dove la stragrande maggioranza dei giovani si è schierata per il NO alla riforma. Certamente non per oscurantismo ma soprattutto per sfiducia verso la classe politica dirigente che lo proponeva. La mancanza di prospettive nel nostro Paese colpisce, indipendentemente dalle aree geografiche, soprattutto i giovani, precari o senza lavoro. La globalizzazione in Italia, come altrove, riduce la possibilità di opportunità lavorative; la particolarità è che da noi le principali vittime sono i giovani.

Un’ulteriore riprova l’abbiamo avuta la settimana scorsa con le “primarie” del PD, in cui la percentuale dei giovani coinvolti è stata esigua. Il “popolo della sinistra” è apparso formato in buon parte da cittadini over 50.

Anche in Francia gran parte dei giovani ha votato contro i partiti tradizionali, scegliendo però più che la Le Pen, il candidato della sinistra Melenchon. Così come negli Stati Uniti il paladino del voto giovanile alle primarie democratiche era risultato Sanders.
Melenchon e Sanders sono personaggi tra loro diversi: mentre il primo non ha voluto schierarsi a favore di Macron, Sanders ha chiesto ai suoi sostenitori di votare la candidata democratica Hillary Clinton. Ciò nonostante le istanze portate avanti dai candidati perdenti della sinistra in Francia e Usa per certi versi collimavano con quelli rispettivamente della Le Pen e di Trump.

In Italia l’opzione antisistema per i giovani è rappresentata dal Movimento Cinque Stelle, che si presenta come l’unica forza contestatrice di una classe dirigente inadeguata. Grillo e i suoi parlamentari utilizzano tutti gli strumenti politici di critica della globalizzazione, compresi il sentimento anti-immigrati e quello antieuropeo, conducendo il M5S per certi versi sulle stesse posizioni di Trump e Marine Le Pen.

Sul Corriere del 3 maggio scorso, Paolo Mieli ha recensito un saggio di Marco Bresciani, che ricostruendo il percorso del movimento Giustizia e Libertà ricorda come molti degli aderenti a quel movimento, che fu la fucina degli ideali antifascisti durante il ventennio della dittatura, all’inizio furono sedotti dal Mussolini degli anni 1919/1921. Sono questi gli anni che Renzo De Felice definì come il “Fascismo-movimento” che attraeva per il suo spirito rivoluzionario i giovani, ma anche gli intellettuali che percepivano l’agonia dell’Italia giolittiana.

Faccio questo riferimento all’articolo di Mieli perché la similitudine tra il periodo tardo-giolittiano e l’attuale situazione italiana appare piuttosto inquietante, così come l’infatuazione dei giovani per Grillo; non vorrei che le similitudini potessero aumentare nel prossimo futuro. Purtroppo non mancano nel M5S segnali di carenza di democrazia e preponderanza della leadership accanto ad un forte massimalismo e a proposte più assertive che razionali, le quali certamente non tranquillizzano.

L’affermazione di Mussolini nel 1922, è stato scritto e dimostrato ampiamente, fu in gran parte determinata da una classe dirigente liberale sclerotizzata e incapace di dare le risposte giuste al Paese. Incapacità che purtroppo sembra essere propria anche di quella attuale.

Anselmo Calò

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