Giovanni Battista Montini e le ACLI. Il “montinismo”: Un progetto per l’Italia

Più che di una corrente di pensiero nel senso vero e proprio, sarebbe più giusto definire il montinismo come una sensibilità comune a un certo numero di intellettuali cattolici, caratterizzata da un larga apertura alla modernità e alle sue sfide e finalizzata alla realizzazione di una nuova sintesi cristiana nel campo intellettuale, culturale e politico. Più che un partito organizzato e strutturato in seno della Chiesa preconciliare, i montiniani hanno rappresentato una nebulosa di gruppi, di cenacoli, di pubblicazioni che si riconoscevano nell’azione del prelato bresciano e guardavano a lui come a colui che avrebbe potuto incarnare la speranza di un rinnovamento cattolico. Se il montinismo (come del resto il ‘maritainismo’ con il quale viene spesso associato) è stato sempre fonte di polemiche e di controversie, esso corrisponde ad una stagione ben delimitata della storia del cattolicesimo italiano del Novecento, che va dalla fine degli anni Venti alla fine degli anni Settanta e ciò corrisponde grosso modo alla vita ecclesiale di Giovanni Battista Montini.

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L’Ordinazione e l’inizio della carriera diplomatica di Giovanni Battista Montini

Dopo aver frequentato il seminario di Brescia da studente esterno a causa della sua salute cagionevole, il 29 maggio del 1920 Giovanni Battista Montini ricevette l’ordinazione sacerdotale nella cattedrale di Brescia dal vescovo Giacinto Gaggia; il giorno successivo celebrò la sua prima messa nel Santuario delle Grazie. Poi andò a Roma dove si iscrisse alla Pontificia Università Gregoriana. Nel frattempo, in Vaticano veniva eletto papa Pio XI, Achille Ratti, che sarà una figura importante nella vita di Montini. Nel giugno 1923 don Battista ricevette l’incarico alla nunziatura di Varsavia, in Polonia. A soli 26 anni era il più giovane diplomatico della Santa Sede.

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La carriera diplomatica

Nel 1923 venne avviato agli studi diplomatici presso la Pontificia accademia ecclesiastica. Entrato al servizio della Santa Sede all’inizio degli anni Venti, Montini fu nominato minutante nel 1925 prima di essere promosso sostituto nel dicembre del 1937 grazie al sostegno deciso dell’allora cardinale Pacelli. Risulta molto chiara la fiducia riposta da Pacelli, prima come cardinale segretario di stato e poi come papa, nel suo collaboratore ed è innegabile la fedeltà di Montini nei confronti dei suoi superiori. Pacelli volle Montini perché nel collaborare si trovavano bene insieme: pur avendo due caratteri molto diversi si trovavano nella grandissima capacità di lavoro e nell’identificazione totale nell’istituzione che rappresentavano, fino quasi ad annullare se stessi. Montini nel lungo periodo alla Segreteria di Stato fu uno dei più stretti collaboratori di Pio XI e di Pio XII.20180620 gb montini 10

La FUCI (Federazione universitari cattolici italiani)

Martedì 1 settembre 1925, a Bologna si svolge l’annuale congresso della Fuci (Federazione universitaria cattolica italiana). La Santa Sede ha appena destituito il presidente, Pietro Lizier, e l’assistente ecclesiastico, monsignor Luigi Piastrelli, che si erano rivolti al re d’Italia per chiedere protezione dalle violenze delle squadracce fasciste. La Questione romana è ancora aperta e il Vaticano non ha gradito l’iniziativa, nominando come nuovo presidente Igino Righetti e come assistente don Montini della Segreteria di Stato.20180620 gb montini 17

Uno dei principali obbiettivi della Fuci, in quel periodo, è quello di contrastare il regime di Mussolini sul piano culturale organizzando corsi e convegni. Il lavoro di don Montini con i giovani universitari, infatti, è fatto di corrispondenze, lezioni, corsi, convegni e articoli per le riviste dell’associazione. Uno zelo che irrita il regime fascista ma anche certi ambienti vaticani. I suoi accusatori non sono i fascisti, ma gli esponenti della Roma reazionaria o clerico-fascista: monsignor Pizzardo, futuro cardinale di curia, padre Garagnani, creatore dei circoli mariani, monsignor Ronca e il cardinal Marchetti Selvaggiani, vicario del Papa.

Don Battista viene ripetutamente attaccato dalla stampa fascista. E’ animato da profondi valori antifascisti trasmessi dal padre. Scrive:

Il fascismo morirà di indigestione, se così continuerà, e sarà vinto dalla propria prepotenza.

Giovanni Battista Montini (da una lettera alla famiglia)

Montini è stato un grande educatore e un grande trascinatore di giovani. Faceva crescere i giovani dal punto di vista intellettuale ma anche dal punto di vista spirituale. La classe dirigente cattolica che, insieme alle altre forze politiche democratiche, ha fatto l’Italia della Costituente nel dopoguerra erano per la maggior parte giovani cresciuti nella Fuci di Montini. Questo, forse, è uno degli aspetti meno conosciuti ma più importanti del contributo che Montini ha dato alla storia dell’Italia.

L’11 febbraio del 1929 con la firma dei Patti Lateranensi le ostilità nei confronti delle associazioni cattoliche, al posto di diminuire, si moltiplicano. L’assistente Montini, con amarezza, presenta le dimissioni dalla Fuci. Nello stesso periodo Mussolini ordina ai prefetti di sciogliere in tutta Italia le associazioni giovanili cattoliche.

Nel 1931 Pio XI affida a don Battista l’incarico di andare in Germania e in Svizzera per aiutare la diffusione dell’enciclica “Non abbiamo bisogno”.

La collaborazione con Pacelli

Il 13 dicembre 1937 Montini fu nominato sostituto della Segreteria di Stato; iniziò a lavorare strettamente al fianco del cardinale segretario di stato Eugenio Pacelli. Il 10 febbraio 1939, per un improvviso attacco cardiaco, Pio XI morì. Alle soglie della seconda guerra mondiale, Eugenio Pacelli venne eletto pontefice con il nome di Pio XII.

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Montini è stato accanto a Pacelli nella contrastata stesura del concordato con la Germania di Hitler. Dopo l’elezione sarà accanto a lui il 24 agosto 1939, quando Pio XII deciderà di fare un ultimo disperato tentativo inviando un accorato radiomessaggio a tutto il mondo:

Nulla è perduto con la pace. Tutto può esserlo con la guerra.

Questa frase, ormai storica, è stata suggerita a Pacelli proprio da Montini.

E sarà ancora accanto a lui a Roma il 19 luglio del 1943, quando gli americani sganciano 1.200 tonnellate di esplosivo e fanno 1.500 vittime tra i civili. Pacelli e Montini arrivano a San Lorenzo. Pio XII distribuisce denaro per le prime necessità.

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Durante tutto il periodo bellico Montini svolse un’intensa attività nell’Ufficio informazioni del Vaticano occupandosi dello scambio di informazioni sui prigionieri di guerra sia civili che militari. Ricerche di dispersi, profughi, prigionieri, internati, invio di lettere, scambio di liste, elargizione di sussidi … quasi 3 milioni di dossier. La radio vaticana trasmette senza tregua messaggi delle famiglie ai prigionieri: dal 1940 al 1946 sono inviati 1.240.700 messaggi pari a 12.100 ore di trasmissioni. La Croce Rossa Italiana consegnerà a Montini una medaglia d’argento per l’opera svolta.

E’ sempre Montini, su delega di Pacelli, ad occuparsi dell’assistenza. Nell’inverno del ’44 il Vaticano distribuisce 100.000 minestre al giorno. A Castel Gandolfo trovano asilo quasi 15.000 tra sfollati e rifugiati, mentre nella stessa canonica di San Pietro si nascondono centinaia di ricercati.

Montini è anche tra i sostenitori del film “Le porte del cielo” di Vittorio De Sica: le maestranze e le comparse sono centinaia; tra loro perseguitati e alcuni ebrei. Le riprese a Cinecittà si dilungano per mesi … giusto il tempo di aspettare l’arrivo degli alleati.

Un’altra attività di Montini delicatissima e quasi sconosciuta è parlare con i servizi segreti degli alleati. Soltanto nell’agosto del 2003 si sono aggiunti nuovi documenti riservatissimi dell’OSS, il servizio segreto militare americano, che descrivono in maniera più particolareggiata i rapporti con Montini.

Nel giugno del 1943 l’OSS è a Roma e ha bisogno della collaborazione del Vaticano su tre fronti: la liberazione dell’Italia del nord dai tedeschi, la difesa della futura Italia democratica dal comunismo, le informazioni da Berlino e da Tokio. Myron Charles Taylor, rappresentante americano in Vaticano, indica in mons. Montini la persona più adatta in quanto braccio destro di Pio XII, vicino ad Alcide De Gasperi, sinceramente democratico. Infatti in una nota riservata si legge:

Mentre molti prelati vogliono in Italia un regime franchista, Montini, da sincero democratico, si oppone. Montini è da sempre antifascista e da sempre anticomunista.

Montini, sentito Pio XII, accetta.

In un’altra nota riservata si legge:

Montini si informa a lungo sui partigiani, sul lavoro dei parroci nelle loro fila, e mi fa capire che i collegamenti tra la Chiesa a sud e la Chiesa a nord saranno molto utili alle nostre operazioni.

Il “partito montiniano”

In questi anni, nella Chiesa italiana di Pio XII, prende corpo una tendenza di pensiero e di azione legata a Montini, se non addirittura un ‘partito montiniano’ , che fungeva da contrappeso al cosiddetto ‘partito romano’. Montini e i suoi amici si sono voluti portatori di un disegno per la Chiesa del dopoguerra tutto incentrato sul primato dello spirituale e sull’universalità del magistero del papato romano.

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Quella ch’è stata chiamata «l’utopia montiniana» doveva molto alla ‘cultura del progetto’ caratteristica del cattolicesimo degli anni Trenta. Come tanti altri ex fucini e laureati, Montini aveva letto con fervore il libro di Maritain intitolato Humanisme intégral. Problèmes temporels et spirituels d’une nouvelle chrétienté (1936) fin dal momento della sua pubblicazione in Francia. Il filosofo francese tracciava «l’ideale storico di una nuova cristianità», «di un nuovo regime temporale cristiano» che, «pur basandosi sugli stessi princìpi (ma di applicazione analogica) di quello della cristianità medievale, comporterebbe una concezione profana cristiana e non sacrale cristiana del mondo temporale».

Il “Codice di Camaldoli”

Il maggior contributo degli amici di Montini alla ricostruzione democratica del paese dopo la caduta del fascismo fu la pubblicazione nell’aprile del 1945 da parte della casa editrice Studium del volume Per la comunità cristiana. Principi dell’ordinamento sociale a cura di un gruppo di studiosi “amici di Calmadoli”. Il volume meglio noto come ‘codice di Camaldoli’ era stato elaborato in seguito ad un primo incontro  promosso principalmente da Sergio Paronetto e Vittorino Veronese, quest’ultimo segretario generale dell’Istituto cattolico attività sociali, e tenuto nel monastero nel luglio 1943 sotto la guida di monsignor Adriano Bernareggi, assistente ecclesiastico del Movimento laureati di Azione cattolica.

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Dalla sua nascita nel 1932, il movimento che si riuniva a Camaldoli si era proposto di riprendere e di continuare la linea di approfondimento culturale impressa alla Fuci da Montini e Righetti. Le ‘Settimane di cultura religiosa’ di Camaldoli riunivano ogni estate, a partire dal 1936, un gruppo di laureati sotto la presidenza di un vescovo per discutere su un argomento fondamentale della dottrina cattolica. Il ruolo di Montini nella preparazione e nell’impostazione delle prime settimane fu assai importante. Oltre a quelli già menzionati (Bernareggi, Bevilacqua, Cordovani), altri sacerdoti amici contribuirono al successo dell’iniziativa: Emilio Guano, Carlo Colombo, Giovanni Urbani, Michele Maccarrone.

La riunione che si svolse nel cenobio di Camaldoli dal 18 al 23 luglio del 1943, nei giorni che vanno, dunque, dal bombardamento di Roma alla caduta di Mussolini, si poneva l’obiettivo non tanto di approfondire temi della teologia cattolica, ma di riflettere sul futuro del paese alla luce degli insegnamenti di Pio XII. I principi-guida furono elaborati da Sergio Paronetto, Pasquale Saraceno ed Ezio Vanoni. Le ‘linee portanti’ del progetto degli intellettuali montiniani furono: il primato della persona umana rispetto allo Stato, l’abbandono della categoria di ‘Stato cattolico’ e l’accettazione del pluralismo confessionale, il riconoscimento del ruolo dello Stato nell’economia, il superamento dell’antico ‘diritto di guerra’ e la limitazione della sovranità nazionale a favore di organizzazioni internazionali. Furono questi i principi che i deputati cattolici alla Costituente cercarono di difendere e di far inserire nella nuova carta costituzionale.

La nascita della Democrazia Cristiana e lo scontro crescente con il “partito” romano

La scelta di un partito unico dei cattolici dotato di un’ampia autonomia rispetto alla gerarchia ecclesiastica e latore di un autentico progetto politico per la società italiana del dopoguerra trovò nella persona del sostituto alla Segreteria di Stato il suo difensore più ardente. Montini era l’ecclesiastico ideale per svolgere un ruolo di mediazione tra l’antifascismo degli ex dirigenti del Partito Popolare da un lato e, dall’altro, le aspirazioni al rinnovamento della generazione in ascesa formatasi nei ranghi dei settori intellettuali (Fuci, Laureati) dell’Azione cattolica. Nell’agosto del 1943 Montini incontrava De Gasperi per «fissare le linee di una sempre più decisa organizzazione dei cattolici». Fu infatti sotto la presidenza di De Gasperi che nacque a Roma, dopo l’armistizio dell’8 settembre, un nuovo partito, la Democrazia cristiana, i cui statuti furono approvati nel primo congresso nazionale a Napoli nel luglio 1944.

Questo progetto di un partito unico dei cattolici era violentemente combattuto, all’interno stesso della Curia romana e negli ambienti della destra cattolica, da una nebulosa che fu chiamata il ‘partito romano’ e il cui capofila non era altri che il prefetto (dal 1935) della potente Congregazione del Sant’Uffizio, monsignor Alfredo Ottaviani. Il ‘partito romano’ avrebbe preferito il mantenimento di una libertà di voto dei cattolici e la creazione di una formazione politica di stampo franchista a destra della DC.

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Quello dell’immediato dopoguerra sarà dunque uno scontro nella Curia tra due ipotesi sul futuro del rapporto tra il Vaticano e la politica italiana. L’ipotesi di monsignor Domenico Tardini, abbracciata anche dal cardinale Ottaviani, in apparenza pluralista, al punto da favorire lo sviluppo dei cattolici comunisti, in realtà di stampo reazionario e conservatore perché dà per scontato che la maggioranza dei cattolici confluirà in un partito di destra nazionale e franchista. E l‘ipotesi che alla fine uscirà vincente, quella di monsignor Montini, la costruzione dell’unità politica dei cattolici come premessa possibile di una confluenza dei credenti nella democrazia, l’appoggio alla leadership degasperiana come possibile strategia per evitare lo scivolamento a destra, nell’autoritarismo, di gran parte del popolo cattolico. È qui, in questo passaggio non facile e non sempre compreso, che nasce il montinismo politico, inteso come un’avanguardia illuminata che guida il “corpaccione”, sia esso la massa informe della Dc sia esso il popolo dei fedeli senza pastore, l’impaurito e solitamente conformista establishment clericale.

Dopo aver molto esitato sulla strategia da seguire, Pio XII finì per aderire alla soluzione di un partito unico dei cattolici. Il sostegno ufficiale, ma implicito, dato a quest’ultimo non aveva tuttavia nulla di un assegno in bianco. L’autonomia dei dirigenti di un partito, che si faceva forte apertamente dell’influenza della Chiesa, non poteva essere che relativa. Le prime scadenze elettorali dell’immediato dopoguerra, sotto l’influenza di una polarizzazione crescente del dibattito politico, avrebbero rivelato l’incompatibilità del disegno montiniano di un partito unico, ma autonomo, dei cattolici con gli orientamenti di un pontefice come Pio XII preoccupato anzitutto di ostacolare la minaccia comunista.

Rimane la presenza di una destra sotterranea, irresponsabile, revanchista, a preoccupare Montini, a farlo muovere in dissenso da papa Pio XII. Uno scontro che finisce in apparenza con la sconfitta di Montini, allontanato da Roma e esiliato a Milano e da allora in poi circondato da una sostanziale diffidenza da parte dell’ambiente curiale e della conservazione ecclesiale. E invece quello scontro anticipa l’egemonia dei cattolici democratici nella politica italiana. Gli anni del boom economico sono anche gli anni della massima presenza cattolica nelle istituzioni, anche se è spesso una presenza non compresa. E al termine di un lungo periodo di benessere, come un’eterogenesi dei fini arriva la secolarizzazione. Fenomeno globale e europeo, certo, ma con una preoccupante velocità nella Francia culla della cultura di riferimento di Montini e con una lacerazione senza precedenti nella comunità ecclesiale in Italia.

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