Riflessioni su lavoro, precarietà e vita quotidiana: Per una centralità non esclusiva

Il XVIII secolo segna la nascita del moderno concetto di lavoro, cioè “l’invenzione del lavoro astratto, del lavoro-merce1 ad opera dell’economia di mercato e delle nuove scienze economiche, che finisce per essere solo “ciò che crea ricchezza o, in termini più moderni, un fattore di produzione2.

Le nuove acquisizioni teoriche danno vita ad una “concezione totalmente materialistica del lavoro3 e soprattutto alla separazione tra attività lavorativa (oggetto del lavoro) e la persona lavoratore (soggetto del lavoro), non più considerati come tutt’uno; il lavoro, così materiale, quantificato, mercantile, cioè a un tempo terribilmente concreto (la sua essenza è data dalla fatica, dallo sforzo, dal dolore, ed è a questo prezzo che si conquista la partecipazione alla vita sociale) ed eminentemente astratto (il lavoro è lo strumento che rende comparabili tutte le cose), diventa il fondamento dell’ordine sociale e struttura i legami che tendono a ridursi sempre più a rapporti economici; e quando il legame sociale principale evolve e si riduce a quello tra mercato e consumatore … si realizza ciò che descriveva nella sua analisi sociologica Zygmunt Bauman, ma che già Hannah Arendt faceva intravedere: “La tesi di Hannah Arendt è che il modello di vita finalizzato alla pura riproduzione delle condizioni materiali si sarebbe sviluppato al punto da rendere inimmaginabili le altre possibilità. Si spiega così la sua famosa formula: noi non sappiamo più cosa fare del tempo liberato perché non sappiamo più cosa significhino la contemplazione o l’azione, che racchiudono in se stesse il principio del loro piacere. Se portiamo questa tesi più avanti di quanto la stessa Arendt non faccia, possiamo dire che non immaginiamo più un rapporto con il mondo e con l’azione diverso da quello della produzione e del consumo: possiamo esprimerci solo attraverso la mediazione di oggetti o di prestazioni e di produzioni, non possiamo più agire se non consumando4.

La società dei consumi, in sinergia con le recenti trasformazioni dei mercati dell’occupazione, ha quindi tolto al lavoro la valenza simbolica di elemento fondante della società e porta con sé un forte rischio di disinvestimento di significato; “la demitizzazione culturale del lavoro può così andare di pari passo, paradossalmente, con la sua intensificazione quantitativa e l’accanimento nella sua prestazione. A quale fine? Evidentemente, un lavoro che ha rinunciato alle grandi prospettive di compimento umano complessivo può assumere se stesso, cioè la propria accumulazione o moltiplicazione, come scopo prossimo; ma è molto probabile che assuma come fine ultimo, o come meta determinante in ultima istanza, la possibilità di accrescimento dei consumi che esso può consentire5.

Alla fine di questo percorso di esaltazione del primato simbolico del lavoro nella società e del successivo crollo dei suoi significati, ormai totalmente dipendenti dall’estetica del consumo, la riflessione ci invita a diffidare delle assolutizzazioni (che arrivano a negare sé stesse) e a relativizzare il lavoro alla persona (cioè togliere il lavoro dal suo presunto ruolo di fondamento assoluto e, insieme, fare posto per mettere in relazione l’attività lavorativa al suo soggetto). Il lavoro, in sé, è ambiguo e può portare alle massime ma anche alle minime espressioni di umanità: può dare dignità e costruire l’uomo, ma può anche ridurre l’uomo a essere alienato, sfruttato, ridotto in schiavitù e fino a non far trasparire più la sua umanità. “Da solo, è il caso di ripeterlo, il lavoro non garantisce né il pieno realizzarsi dell’azione né il pieno realizzarsi della società; una volta però che è stata acquisita la sua relatività, cioè la sua valenza relativa e non più totalizzante, si tratta di pensarla fino in fondo e non come esclusiva funzione del consumo. Non deve essere determinata dal mercato, ma richiede di essere svolta come correlazione ad un senso che trascende il lavoro e va riconosciuto nella persona e dalla persona che lavora. Archiviata la concezione tolemaica di un lavoro intorno al quale tutto ruota, bisogna finalmente rimotivarne una centralità non esclusiva, bensì in concorso con gli altri cespiti dell’umano6.

Le potenziali conseguenze di questa centralità non esclusiva del lavoro si fanno sentire soprattutto nell’ambito dei legami sociali, non più ridotti al lavoro, ma dove il lavoro può esprimere la relazione tra le persone, che è portatrice di bene e generatrice di valore. Infatti il lavoro non produce innanzitutto beni o servizi, ma produce relazioni sociali. Per questo motivo il lavoro, all’interno di insiemi di pratiche fondanti nuovi stili di vita, è dono e riconoscimento: “dona dignità a chiunque quando si scambia alla pari, quando si compra un prodotto ad un prezzo equo e remunerativo, e si assume un atteggiamento critico nei consumi, rispettando le culture e i territori. In questi stili di vita il lavoro realizza la vita comunitaria, il riconoscimento dell’altro nell’incontro e nella relazione. Non produce solo bene, ma aumenta la qualità dei legami7.

1 G. Manzone, Il lavoro tra riconoscimento e mercato, p. 53.

2 Ibi, p. 56.

3 Ibi, p. 57.

4 Ibi, p. 68.

5 Ibi, p. 72.

6 Ibi, p. 77.

7 Ibi, p. 79.

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