Il recinto e la palma

dal profilo facebook di fratel Ignazio de Francesco, monaco della Piccola famiglia dell’Annunziata.

Dalle inferriate di un solido (?) recinto spingo lo sguardo sul bel tramonto giordano. Secondo la toponomastica biblica questi sono i monti di Moab. Stando alla tradizione, Mosè è morto a due passi da qui.

La religione che ha predicato è insieme universale e particolare. Un unico Dio ma un solo popolo eletto, che immaginava nel recinto solido (?) della Terra promessa e della Legge sacra.

Il cristianesimo si è presentato come religione universale, portatrice di un messaggio che valica il recinto della Terra e della Legge, ma la storia prova che ben presto ha ricostruito solidi (?) recinti, passando da cristianesimo a cristianità.

Anche l’islam si presenta come missionario e universale, ma sin dal precocissimo transito dei suoi eserciti in questa regione ha mostrato di volersi dare una dimensione territoriale, che implica un dentro e un fuori, scolpito nella famosa formula sciaraitica “dar al-islam/dar al-harb”: dimora dell’islam/dimora della guerra.

Solo le religioni producono recinti? Il nazionalismo, con la sua idea laica mitica romantica di un popolo unificato da lingua, etnia, cultura, folklore, frittelle, tarantelle ecc., è stato ed è un grande produttore di solidi (?) recinti.

Con tutto ciò rimane quella palma là fuori, come inquadrata dalle sbarre del recinto dal quale la contemplo. Cosa farne? Visto che è tanto bella, così femminile, posso sforzarmi di avanzare con il mio recinto, fino a includerla nel perimetro del mio muro: sarà mia!

Oppure, senza spostare il muro, posso cercare di comprare la terra dove s’innalza: anche se rimane fuori dal muro tutti sapranno che è mia e non si tocca.

Se entrambe le cose fossero al momento impossibili, credo che potrei odiarla e desiderare di vederla tagliata sin dalle radici, o almeno impormi di non guardarla più: se non può essere mia non deve neppure esistere.

Infine posso lasciarla lì dov’è, non solo rassegnandomi ma anche godendo nel constatare che la realtà eccede sempre  i limiti imposti dai nostri solidi (?) recinti.

Ignazio De Francesco

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