Dalle militanze al volontariato. un approfondimento critico con interventi di Alberto Burgio e di Giovanni Bianchi

Si è tenuto sabato pomeriggio 11 maggio 2013, a Como presso la Circoscrizione 3 di Camerlata, un approfondimento promosso dall’Istituto di Storia Contemporanea Pier Amato Perretta con la partecipazione di Acli, Cgil, Cisl e Uil, dedicato al tema dell’evoluzione dell’impegno sociale e politico “dalle militanze al volontariato”.

Due interventi molti densi di Alberto Burgio e di Giovanni Bianchi hanno affrontato l’argomento calandolo nella prospettiva storica della crisi delle democrazie occidentali, dello “stato fiscale” e delle organizzazioni di massa della sinistra. Il passaggio dalle forme di impegno sociale e politico tipiche degli anni Sessanta e Settanta a quelle del nuovo millennio è al tempo stesso radicale e sfumato: i due modelli differiscono per molti aspetti (per esempio la sottolineatura dell’impegno “per il presente” rispetto a quello “per il futuro”), ma hanno anche molti tratti in comune. Dalle analisi convergenti dei due “testimoni privilegiati” – uno afferente al mondo della sinistra di classe, l’altro a quello della sinistra cattolica – è emerso il ruolo centrale delle organizzazioni di massa, la cui scomparsa o radicale mutazione è ciò che davvero fa la differenza tra oggi e i decenni passati. I due interventi seguiti con molta attenzione dal numeroso pubblico convenuto hanno fornito materia di molte riflessioni, stimoli a molti approfondimenti che potranno venire nello sviluppo del progetto “Lavoro/memoria”.

Alberto Burgio

da http://www.isc-como.org

La premessa è che la descrizione di un processo storico non dovrebbe esimersi dalla sua valutazione in termini di progressività o regressività; e che la crisi della militanza appare il sintomo di un passaggio politico-storico di segno regressivo. Essa si colloca infatti sullo sfondo della reazione (o “rivoluzione” conservatrice) di stampo neoliberista (esito del mix tra delocalizzazione produttiva e unificazione dei mercati speculativi) alle conquiste realizzate dal movimento operaio negli anni Sessanta e nei primi anni Settanta. Il punto di caduta di questa dinamica è stata, nella prospettiva che ci riguarda, la crisi delle grandi organizzazioni di massa (partiti e sindacati) della classe lavoratrice, conseguenza delle profonde trasformazioni dei sistemi di produzione (il passaggio al c.d. postfordismo). È rilevante in questo contesto anche la ristrutturazione della finanza pubblica nel senso della secca riduzione della spesa sociale (fenomeno ideologicamente mascherato come «crisi fiscale dello Stato»), dal momento che ne è seguita la riduzione («razionalizzazione») dei sistemi di welfare a carico della fiscalità, quindi la riduzione del personale addetto ai servizi, parzialmente sostituito da personale volontario in un processo di obiettiva privatizzazione dello Stato sociale. La crisi della militanza si colloca dunque su uno sfondo segnato dallo sfondamento capitalistico e dall’arretramento complessivo del movimento operaio. Appaiono quindi non condivisibili le letture idealistiche e idealizzanti dell’emergere della figura del volontario, ricondotto al presunto affermarsi di una nuova antropologia solidale e post-politica, libera dai vincoli della disciplina di partito. Al contrario, tutto sembra suggerire che la ricostruzione di una pratica politica critica presupponga quella di grandi organizzazioni di massa e il recupero della disponibilità a un’azione collettiva nel loro ambito, secondo modelli classici quali quello delineato nei Quaderni del carcere di Gramsci (cfr. in part. Q. 11, § 25 e Q. 13, § 27).

Giovanni Bianchi

da http://www.isc-como.org

Il militante è la figura sulla quale hanno viaggiato la politica e la democrazia al tempo dei partiti di massa. Il militante cioè si colloca nella stagione del fordismo, quando ancora non era chiaro il senso di un passo premonitore del Manifesto del 1848: Tutto ciò che è solido si dissolve nell’aria. Sarà infatti il postfordismo a dissolvere la figura della militanza, così come quella della cittadinanza riducendo il cittadino a consumatore. I militanti si inscrivono nelle diverse ideologie e stanno sotto diverse bandiere, ma li accomuna la medesima antropologia. Il militante cioè investe sull’organizzazione dai grandi numeri e sul futuro. Costruisce e partecipa coscientemente a una soggettività storica potente, nella fase nella quale sono i grandi soggetti collettivi a prevalere sui processi. Il militante sa differire il soddisfacimento di bisogni presenti (capacità di sacrificio) pur di costruire una società migliore se non per i figli almeno per i nipoti. L’investimento ideologico sul futuro lo caratterizza e conferisce senso ai suoi giorni e al suo impegno, sovente umile ed oneroso, comunque sempre solidale.

La fine degli anni Ottanta fa registrare la fine della “militanza”. Di quelli dei quali s’è detto che sbagliavano da professionisti (Paolo Conte). Di quanti, sotto differenti bandiere, differivano il soddisfacimento di bisogni presenti in nome dei fini e del destino di una società futura. In nome dell’uomo integrale, della società senza classi, delle diverse variazioni sul tema del sole nascente dell’avvenire… Il termine militante viene allora addirittura storpiato in militonto.

Chi erano i militanti? I seguaci del “dio che è fallito”. E per illustrarne il profilo vale la pena citare una bella pagina di Claudio Magris:

“Quei testimoni ed accusatori del “dio che è fallito”, che negli anni tra le due guerre percorrevano spesso le strade e i caffè di Vienna come un territorio dell’esilio, hanno vissuto la milizia rivoluzionaria come una visione globale del mondo nella quale le scelte politiche coinvolgevano le domande sulle cose ultime. Quei transfughi del comunismo staliniano hanno lasciato una grande lezione, perché del marxismo essi hanno conservato l’immagine unitaria e classica dell’uomo, una fede universale/umana che talvolta si è espressa, con ingenuità, nelle forme narrative del passato. Ma quella loro umanità, che dalle temporanee sconfitte dei propri sogni non trae l’autorizzazione a irresponsabili licenze intellettuali, è ben diversa dalla civetteria degli orfani odierni del marxismo, i quali, delusi perché quest’ultimo non si è dimostrato l’apriti Sesamo della storia, si abbandonano a striduli lazzi su ciò che fino a ieri sembrava loro sacro e infallibile”.

“Nella loro terra di nessuno” – ricorda sempre Magris – “quei nomadi di ieri avevano affrontato il vuoto con un senso dei valori senza il quale la laicità non è più liberazione dai dogmi, bensì indifferente e passiva soggezione ai meccanismi sociali”.

Si tratta di militanti marxisti, anzi, stalinisti, ma l’idealtipo e l’antropologia sono più che allusivi per altre forme di militanza che si sono esercitate sotto diverse bandiere.

Idealmente sporto alle macerie del Muro di Berlino, Giovanni Paolo II disse a Gniezno: “É crollato il più grande esperimento di ingegneria umana che la storia ricordi”. Sembra Orwell, e invece è il Papa polacco. Che significa? Vuol dire fare i conti con la fine dei partiti di massa, non soltanto in quanto partiti ideologici, partiti “chiese” secondo la sociologia alberoniana, ma agenzie surroganti la debolezza dello Stato e collettori della partecipazione sociale tramite collateralismi e “cinghie di trasmissione”. Luoghi cioè della elaborazione di una compatta cultura popolare: quella che Giorgio Galli ha descritto in un libro politologicamente prezioso sul cosiddetto bipartitismo imperfetto.

Dopo la caduta del Muro l’Italia è l’unico Paese al mondo ad aver smantellato complessivamente il sistema dei partiti di massa: da destra a sinistra e da sinistra a destra. Non è successo così in Germania, dove pure il Muro insisteva. Non è successo in Francia. Non è accaduto neppure tra il milione di Lussemburghesi… Nasce quella che Gabriele De Rosa, sturziano doc, ha definito la “transazione infinita”, nella quale da troppi anni il sistema Italia si trova invischiato e dalla quale sarebbe bene sortire.

Non siamo confrontati soltanto con un problema della politica e della sua organizzazione. La fine della militanza ci obbliga a misurarci con un orizzonte più vasto. La centralità dell’uomo, il suo rapporto con la tecnica e la natura vengono chiamati in giudizio. Proprio perché il militante aveva il coraggio di confrontarsi con la storia nel momento del suo farsi.

Le gerarchie di valore e le gerarchie politiche devono rifare i conti con l’esperienza umana. A partire da una domanda rinnovata e mediata sul senso della politica, e perfino sul nuovo confine che la separa dalla cosiddetta antipolitica. In questa condizione un revisionismo programmatico risulta insufficiente. Revisionismi, populismi, opportunismi e antagonismi impotenti tendono infatti ad occupare il campo che fu il luogo della politica militante. Si tratta di rifare i conti con la crisi dello Stato come strumento del cambiamento e con l’uscita dall’orizzonte della classe generale.

Tutto questo, e molto altro ancora, segnala il prevalere dei processi sui soggetti (Mario Tronti). L’opera di destrutturazione delle vecchie certezze ha fatto grandi passi avanti, mentre una nuova visione non ha ancora visto la luce.

La figura della militanza ha attraversato e legato insieme lo spazio pubblico con quello privato. La grande letteratura se ne è occupata. Come pure l’analisi e la nostalgia della militanza si sono date convegno sotto la forma dell’opuscolame e – in maniera ostinatamente geniale ed analitica – nel ciclostile. Il ciclostile segna una stagione politica: unisce i mezzi poveri al tentativo di dare l’assalto al cielo.

Quanto alla grande letteratura la troviamo da subito all’opera a ridosso della Resistenza, e può bastare la citazione del Partigiano Johnny di Beppe Fenoglio come scandaglio di un disegno e di una società rivisitati in tutte le pieghe reali senza indulgere agli schematismi dell’epopea. Non mancano i classici che ci consegnano le “regolarità” del politico e per così dire le chiavi inglesi per smontare soggetti e processi: su tutti l’Elias Canetti di Massa e Potere.

Un crocevia particolare tra vita quotidiana e cultura politica è sintetizzato dall’espressione allora corrente “il personale è politico”. Anche in questo caso non mancano reperti di livello e una memorialistica addirittura struggente. Penso al Guido Viale di A casa, che con scrittura finissima ci fa ripercorrere i giorni dell’assedio all’Università di Torino:

“Tutti gli altri erano dentro. Tra loro c’erano liberali e gobettiani, cattolici e comunisti (leggi, quelli della Fgci, Federazione giovanile comunista: erano, dentro il movimento, la quinta colonna dei fantomatici “studenti che volevano studiare” invocati da “La Stampa”.) Poi c’erano un’ala anarchica e libertaria, una piccola componente trockista, una sinistra operaista (gli epigoni del gruppo torinese dei “Quaderni rossi”). L’ala creativa era rappresentata dai Vichinghi, un gruppo di studenti di architettura dall’aspetto selvaggio e dal cuore di burro, che propagava lungo i cortei e nelle assemblee il grido di battaglia: “Odinooo!”. Palazzo Campana era un via vai continuo: agli occupanti più o meno stabili si aggiungevano i curiosi, gli studenti di altre facoltà o di molte scuole medie che venivano a cercare ispirazione o consigli per organizzare delle lotte anche loro; o per prendere parte a qualcuno dei controcorsi”.

Altrettanto e più belle le pagine dedicate all’educazione del figlio, o meglio alla educazione del padre attraverso il figlio attraversando le redazioni dei giornali della sinistra più intellettuale.

Di tono documentario e puntualmente elegiaco il libro Cosa rimane di Giuliano Trezzi che si propone lo scandaglio del tessuto di una famiglia, tutta militante, operaia e comunista di Sesto San Giovanni.

Ma il Novecento non è soltanto faustiano( Viva chi vita crea!), o meglio il suo impeto faustiano è attraversato e attraversa le pieghe della quotidianità. Grandi fabbriche e vite non piccole e tese di militanti. Detto alle spicce e alla plebea: è il Noi che dà senso all’io.

L’esempio di Alexander Langer (il più grande tra i verdi italiani) viene in aiuto perché la sua è un’intelligenza che spigola alla ricerca di nuovi spunti di riflessione che consentano l’elaborazione di pensiero politico capace di visione e insieme di organizzarlo in maniera non tradizionale. Non a caso il dilemma persistente della politica italiana dopo la caduta del muro di Berlino giace in una dissimmetria: se ridurre la ricchezza delle culture plurali alla organizzazione tradizionale di quelli che Alberoni chiamò i partiti-chiese, o inventare un’organizzazione all’altezza di questo pluralismo: che lo sappia cioè assumere, conservare, “meticciare”, orientare a un progetto e a un programma comuni.

Langer infatti su questi temi scrive moltissimo, non per grandi testate ma su giornali locali, bollettini, riviste di movimento, fornendo sempre nuovi spunti di riflessione, partecipando a incontri e dibattiti in stretto contatto con associazioni, organizzazioni non governative, gruppi locali, intrecciando relazioni con chi in altri Paesi già da tempo sostiene queste idee, come Ivan Illich, Wolfang Sachs, Vandana Shiva.

Alex Langer sintetizza e impersona il rapporto tra militante e “intellettuale organico”.

Fin qui l’orizzonte del militante. Ma la sua sparizione non lascia un vuoto deserto. A succedergli è il “volontario”. Non rifarò qui la storia, importante e gloriosa, del volontariato nel nostro Paese. Mi limito a due telegrafiche considerazioni.

La prima intorno alla radice e alla natura del volontario, che nasce in polemica con l’eccesso di ideologizzazione del militante. Esprime un bisogno di servizio e di prossimità non mediato. Con effetti evidenti e risultati in tempo reale. Là dove il militante differiva nel tempo, il volontario intende constatare in tempo reale e verificare gli effetti della propria azione di servizio. Si potrebbe indovinare una sorta di filone apocalittico nel suo approccio all’altro, nel suo esistere per gli altri. Certamente c’è in lui un aspetto pragmatico e diretto, mischiato alla ricerca di una maggiore purezza dell’intenzione.

La seconda considerazione concerne la fase di crisi alla quale anche la pratica del volontariato è approdata. Le ragioni? Eccesso di impegno sul campo (sui campi, al plurale) e difetto di attenzione riformatrice al sistema nel suo complesso. Declinare crescendo (Bruno Manghi): questo il destino e il torto delle grandi organizzazioni di massa. Quel che accade ad imbattersi troppo presto in un assessore che ha di mira anzitutto l’abbattimento dei costi…

Funziona invece ancora il mix costituito da gratuità (come spirito, non fiscale) e competenza. Funzionano soprattutto i punti di riferimento. I maestri.

Bepi Tomai ha passato la vita – come l’ex presidente nazionale delle Acli Franco Passuello – nei luoghi del volontariato, di più: nei luoghi generatori di impegno volontario. Ha svolto un largo magistero e, vero hombre oral, ha scritto pochissimo, lasciandoci comunque pagine di grande qualità e originalità. Inizia con una citazione di Tocqueville il suo prezioso saggio dal titolo Il Volontariato:

“La prima volta che ho inteso dire negli Stati uniti che ben centomila uomini si erano impegnati a non fare uso di bevande alcoliche, la cosa mi è sembrata più divertente che seria, e da principio non ho compreso perché questi cittadini così temperati non si contentavano di bere acqua nell’intimità delle loro famiglie”. Così Alexis de Tocqueville nel capitolo de La democrazia in America dedicato all’uso che gli americani fanno dell’associazione. E dopo aver dato conto dell’utilità sociale anche di questo genere di associazioni, conclude affermando: “E’ da credere che, se questi centomila uomini fossero stati francesi, ognuno di essi si sarebbe rivolto individualmente al governo per pregarlo di sorvegliare tutte le osterie del regno”. Queste poche frasi, tratte da un testo dei primi decenni dell’Ottocento, mettono in luce con immediatezza e ironia, senza bisogno di particolari commenti, la funzione costitutiva delle associazioni di impegno volontario in un paese democratico. E meglio ancora ci aiutano a comprendere come – fin dagli albori delle moderne democrazie – il “tasso” di impegno volontario prosociale fosse già il discrimine tra diversi modelli di democrazia e tra diverse modalità di rapporto tra Stato e cittadini.

Il profilo del volontariato è così lumeggiato da subito nelle sue radici storiche e nel rapporto primario con le forme della partecipazione democratica. Passato e presente si tengono:

“La questione quindi è aperta da quasi due secoli, ma è innegabile che negli ultimi due decenni sia cresciuto l’interesse degli studiosi, dell’opinione pubblica e dei media intorno al problema del volontariato e dell’associazionismo sociale. C’è più di una ragione alla base di questa rinnovata attenzione ma, in primo luogo, l’interesse è dovuto alla cosiddetta crisi dello Stato Sociale e cioè della forma specifica che le democrazie hanno assunto nel nostro secolo. Data la difficoltà degli Stati a far fronte ai costi crescenti dei servizi (ad esempio in tema di assistenza o di salute), si pensa ai soggetti che si auto – organizzano nella società civile come ai possibili protagonisti di una nuova fase dell’organizzazione dei servizi pubblici. Entrato in crisi un modello che aveva di fatto incorporato nella funzione statale qualunque funzione sociale, si guarda con interessata speranza al settore non profit. Nel corso del ventesimo secolo nei paesi più sviluppati, il cosiddetto welfare State si è costruito con l’incorporazione da parte dello Stato di funzioni che precedentemente erano svolte dalla famiglia o da forme associative spontanee più o meno diffuse. Intorno agli anni Settanta questo modello è entrato in crisi un po’ dappertutto e si ritorna a guardare con interesse a quella capacità autonoma delle famiglie, delle associazioni, dei soggetti privati di appropriarsi di funzioni pubbliche, che a loro erano appartenute anche nel passato e che erano state in qualche modo occupate dall’estendersi dello Stato e della macchina burocratica. Nella crisi del welfare si intravede un protagonismo possibile di questi nuovi soggetti sociali”.

E’ dunque risaputo che il volontariato nasce e vive come un fenomeno complesso in una società complessa. Non stupiscono allora le difficoltà cui va incontro e i punti di svolta che lo caratterizzano nel nostro Paese. In particolare esso sembra muoversi nella fase attuale tra radici che tradizionalmente fanno riferimento al solidarismo (né sarebbe pensabile altrimenti) ed esiti che sembrano per molti versi catturabili in un orizzonte individualistico.

Eviterei in proposito qualsiasi approccio moralistico, convinto che la deriva non sia tanto imputabile a un difetto o alla regressione delle persone, ma allo spirito del tempo, infeudato a un persistente Pensiero Unico che francamente mi intristisce. Questo è infatti lo stato delle cose e degli animi dopo il primo decennio del secolo ventunesimo, laddove il secolo precedente s’era aperto con le cooperative dei socialisti e dei popolari. Aggiungerò che nelle sedi istituzionali il termine solidarietà ha ricominciato a circolare, dopo un lungo periodo di procurato silenzio, essendo stato fin lì sostituito non proprio da sinonimi che andavano dal merito alla sussidiarietà.

Ma questo è stato ed è il clima generale: lo “spirito del tempo” appunto, non l’egoistica volontà di autoaffermazione o di potenza di individui evasi dalla solidarietà e magari anche un poco usciti di testa…

E’ perfino banale allora osservare che il volontariato e l’azione sociale sono oggi qualcosa di diverso rispetto ai primordi. Dove prima l’abnegazione personale di chi sacrificava alle opere sociali le ore del meritato riposo serale in famiglia dopo una giornata di lavoro era l’aspetto determinante ed il perno di un’ attività ancora artigianale, oggi la professionalità ed i nuovi saperi esigono la loro parte per evitare che un approccio entusiastico ma incolto ed incostante danneggi beni tantopiù preziosi perché non nostri.

La stessa nozione di impresa sociale ha oggi una nuova dignità con l’ entrata in vigore della legge 13 giugno 2005 n. 118 sull’impresa sociale, che è un primo, importante risultato di cui le forze sociali debbono legittimamente rallegrarsi, giacché attraverso di essa il legislatore riconosce e disciplina una realtà che nel corso di questi anni era nata e si era sviluppata in forma completamente autonoma, ed ora assume una sua veste ufficiale definendo un ruolo specifico all’interno della vita sociale ed economica della Nazione.

Sta scritto in Lettera a una professoressa: “Ho imparato che il problema degli altri è uguale al mio. Sortirne insieme è la politica, sortirne da soli è l’avarizia”. Non si dà politica autentica senza generosità, termine quanto mai anti-guicciardiniano. Recita il vocabolario alla voce generosità: “Carattere di chi possiede grandi qualità morali”. Quel che manca alla politica odierna, dal momento che le “grandi qualità” appaiono introvabili. Nani figli di giganti. Malinconico declino. Democrazia triste…

Dove generosità significa: dare ogni volta più di quel che si riceve. Non è affare di credenti. Il sindaco di Venezia, Massimo Cacciari, che credo nutra il dubbio fondato d’essere una delle intelligenze più penetranti del Belpaese, è uomo siffatto: dà più di quel che riceve.

Ad andar per le spicce, credo non vi possa essere alta politica senza esercizio di generosità. Una nuova categoria del politico dunque…, da mettere prima nella prassi che sulla pagina. Perché è sempre vero che in politica da una scelta pratica discende una soluzione teorica.

La contestualizzazione è utile a evidenziare occasioni e inciampi, perfino aporie. Lascia comunque la contraddizione aperta: ed è bene così. Siamo cioè a fare i conti con quel che la categoria generosità significa, rappresenta e copre. L’accezione giornalistica corrente l’ha da tempo classificata (e depotenziata) dietro l’etichetta del “buonismo”. Il regno delle anime belle, un tempo avvolte nell’austerità del militante (era lui che secondo Breton aspettava il giorno e la notte alla stazione) e oggi rideclinata nella gratuita competenza del volontariato.

Vi è da dire che l’asperità del terreno ha da tempo messo in crisi entrambe le figure: prima il militante e poi il volontario. Crisi, in epoca di globalizzazione, non solo nazionale ma anche internazionale.

E comunque, questa specie di “buonismo” resta, si sviluppa, ha fatto e fa tanta politica. Nelle sue diverse versioni. Quella mediatica che evoca l’Africa come Byron evocava la Grecia. Con la differenza che, non essendo stata ancora inventata la tv, il Poeta nella terra degli Atridi ci andava via mare con il legno mercantile, mentre gli africanofili odierni sbarcano in un aeroporto, gironzolano in Land Rover e siedono non tralasciando la ricaduta mediatica e una puntata a Le Carnivore di Nairobi.

E però il buonismo fa politica e tanta ne ha fatta sul territorio. “Preti per strada”, come don Puglisi a Palermo, don Ciotti a Torino, don Colmegna a Milano hanno testimoniato e lavorano usque ad sanguinem. Gian Enrico Rusconi li considera un ponte della cattolicità ufficiale che ha consentito una sutura con lo Stato unitario nato dallo strappo di Porta Pia. Nelle loro tese testimonianze non c’è soltanto l’esternazione nello spazio pubblico di una ispirazione evangelica che nasce nel cuore e lo trasforma; ci sono contenuti e tecniche del politico che hanno innovato saperi e procedure. Creato organizzazione. Costretto le istituzioni a cambiare l’approccio con i cittadini. C’è insomma una politica sul territorio che ha mutato il segno della nostra democrazia amministrativa e del suo welfare municipale. Hanno cioè segnato un punto di non ritorno: anche nel caso del martirio di don Puglisi in uno dei quartieri simbolo di Palermo.

Lo stesso è accaduto sul piano internazionale con don Alex Zanotelli a Korogocho, con don Kizito Sesana tra i Nuba e poi in Kenia, con Gino Strada ed Emergency sui teatri di guerra di mezzo mondo.

È pensabile la politica nel mondo globalizzato senza il loro intervento? Macchè avanguardie dell’Impero (Toni Negri e Michael Hardt): così è nata, ben oltre il balbettìo, una nuova politica e perfino una diplomazia popolare. Non priva di lacune, ma qual è il motore in funzione che non presenti perdite?

Nuovi saperi. Nuove categorie del politico, sbrigativamente riassunte dietro la parola “generosità”. Val la pena riflettere e tematizzare. Pensare ai percorsi compiuti, non senza competenze e senso dell’avventura, oramai da milioni di giovani. Se la pace riesce talvolta a farsi discorso politico lo dobbiamo alle loro intuizioni geniali e alle pratiche quotidiane.

Di San Coglione non c’è traccia in alcun martirologio: cattolico, protestante, buddista, animista… Ma il Ghandi, la “grande anima” che a un intervistatore americano che lo interrogava intorno al concetto di civiltà occidentale rispondeva con sublime ironia: “Sarebbe una bella cosa”, appartiene a questo percorso. Ne è uno dei punti apicali ed emblematici. Sta lì, pelle e ossa, e tradizionalmente poco vestito, a dire a tutti, anche ai cultori della “classica” politica di potenza, che senza la generosità (militante) del cuore non funziona la genialità (politica) del cervello.

Sesto San Giovanni, maggio 2013 Giovanni Bianchi

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