Essere sale nella società di oggi. Alcune grandi parole che emergono dalle settimane sociali di Trieste

da Vinonuovo.it, «vino nuovo bisogna versarlo in otri nuovi» (Lc 6,36).

Voi siete il sale della terra; ma se il sale perdesse il sapore con che cosa lo si potrà render salato? A null’altro serve che ad essere gettato via e calpestato dagli uomini

Mt, 5,13

Sogniamo come un’ unica umanità, come viandanti fatti della stessa carne umana, […] ciascuno con la ricchezza della sua fede e delle sue convinzioni, ciascuno con la propria voce, tutti fratelli!

Fratelli tutti

Possono essere queste frasi a spiegare il senso della 50° Settimana sociale dei cattolici in Italia svoltasi a Trieste dal 03 al 07 luglio; senso ribadito, in fase di avvicinamento ad essa, da mons. Luigi Renna, arcivescovo di Catania e organizzatore delle “settimane sociali”, quando diceva: «Per chi ha fede è importante una presenza significativa anche nel mondo […]. Siamo cristiani che vivono nel mondo e portano tutta la ricchezza della loro profezia […]. si riscopra un’Italia che sa accettare le sfide che ha di fronte e avvii una nuova narrazione, la narrazione di una presenza che presidia i nostri territori e li rigenera». Che cosa ci ha lasciato questa “Settimana sociale”? Quali messaggi ha lanciato per il futuro immediato? Colgo alcune parole…

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Esiste una politica propriamente cattolica?

da Vinonuovo.it, «vino nuovo bisogna versarlo in otri nuovi» (Lc 6,36).

Ormai diversi decenni fa il teologo tedesco Josef Fuchs si domandava se esistesse una morale propriamente cristiana. Dinanzi a simile questione il sacerdote gesuita affermava che la categoria della morale cristiana non sussiste a differenza di una forma morale ispirata cristianamente la quale si manifesta lungo i secoli della storia. A partire dalle riflessioni del celebre teologo moralista Fuchs, e per rilanciare il dibattito sulla relazione fra cattolici e politica che insieme a Giuseppe Savagnone abbiamo su questo blog sinora animato, possiamo domandarci: esiste una politica propriamente cattolica? Se, oltre alla domanda, prendessimo in prestito anche la risposta del gesuita tedesco dovremmo affermare che non esiste una politica precipuamente cattolica bensì un modo plurale, ricco e fecondo dei credenti di impegnarsi in politica. Tuttavia simile affermazione va validata attraverso alcune riflessioni storiche, teologiche e politico-partitiche congiunte alla contemporaneità.

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Né invisibili né irrilevanti. Per una lettura evangelica dell’impegno dei cattolici in politica

da Vinonuovo.it, «vino nuovo bisogna versarlo in otri nuovi» (Lc 6,36).

Di recente Giuseppe Savagnone ha riflettuto sull’impegno dei cattolici italiani in politica in uno stimolante articolo apparso su Tuttavia.eu e intitolato I cattolici invisibili. A partire dall’attualità il professore siciliano ha inteso concentrare l’attenzione sull’odierna rilevanza e visibilità dell’opera dei credenti in politica. Le interessanti parole di Savagnone, al modo di una sponda che rilancia, consentono di approfondire ulteriormente il tema nel tentativo di offrire un quadro quanto più ricco e plurale sulla questione.

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Self made religion

da Vinonuovo.it, «vino nuovo bisogna versarlo in otri nuovi» (Lc 6,36).

“La religiosità è parte integrante della vita di ogni giorno, insita nella natura umana”; “sembra che molti giovani preferiscono non farsi domande e vivere come viene, ma io sono convinta che sia solo un’apparenza”. E ancora: “non ci manca l’interesse per il sacro, ma non ci identifichiamo in una religione e nei suoi credenti”; “io coltivo un rapporto individuale con una dimensione divina al di fuori di una religiosità tradizionale”.

Queste frasi, raccolte tra i miei studenti, sono alcuni dei tanti esempi che traducono i due atteggiamenti che, secondo me, dalla fine degli anni ’80 ad oggi, sono diventati sempre più diffusi ed evidenti in rapporto alla religione. 

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Un bicchiere d’acqua ad Amorgos

da Vinonuovo.it, «vino nuovo bisogna versarlo in otri nuovi» (Lc 6,36).

Legare spazio, tempo e Parola: è questo un tentativo pensato per il tempo estivo, cercando di far risuonare una parola della Scrittura e un luogo, che di quella parola ha rivelato un significato, un’eco, un’immagine, un volto, una storia antica o recente, una sua declinazione pratica. Il filo della Parola che cuce insieme non solo vite e tempi, ma anche gli spazi del nostro mondo: da qui “geografie della parola”.

«Chi avrà dato da bere anche un solo bicchiere d’acqua fresca…» (Mt 10,42): c’è tutto il caldo del mondo mediterraneo in quell’aggettivo, «fresca», che unito all’acqua evoca calure estive e grande sete. Il gesto del discepolo è davvero semplice: dare ciò che è piccolo, semplice, quotidiano nel momento in cui si registra una mancanza. Per chi cammina nel mondo mediterraneo, per chi viaggia con il caldo, un bicchiere d’acqua è ciò che sostiene, ciò che segna un’accoglienza, un’attenzione. Non c’è nemmeno la richiesta: si nota il bisogno e c’è la disponibilità di un’acqua fresca, «utile e umile e pretiosa e casta», come diceva il Poverello d’Assisi, che di peregrinazioni a piedi se ne intendeva.

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Oltre la sparizione dei preti, anche quella dei matrimoni: ma ci tocca?

da Vinonuovo.it, «vino nuovo bisogna versarlo in otri nuovi» (Lc 6,36).

Hanno fatto abbastanza scalpore, perché rimbalzati sui media nazionali, i risultati di una ricerca pubblicata su La Scuola Cattolica (rivista del Seminario di Milano) condotta da don Martino Mortola e don Paolo Brambilla, con l’aiuto di demografi dell’Università Cattolica di Milano.

L’indagine, di natura primariamente statistica, ma con abbondanti ricadute pastorali, ha suscitato interesse e visibilità perché denuncia che nel prossimo futuro ci sarà un drastico calo del numero di sacerdoti attivi nel ministero della diocesi ambrosiana.

Di per sé questa non è una novità: basta avere un minimo il polso della situazione e il coraggio dell’intelligenza per confrontarsi con una realtà che, da tempo, è ormai evidente e che richiederebbe una grande forza e una ancor più grande libertà di cambiamento: queste però ancora faticano a sorgere.

In particolar modo ha avuto risonanza la notizia che nel 2040 (quindi fra 17 anni, non 170) ci saranno meno di 100 preti sotto i quarant’anni, in una diocesi che conta 5 milioni di abitanti (e, ad oggi, circa 1600 preti, molti ormai anziani): dati che, al solito, scatenano il web, mentre dovrebbero invitare a un ripensamento generale di quello che sarà il quotidiano delle nostre comunità, dei suoi sacerdoti e dei suoi laici.

C’è però un dato che è passato sotto silenzio nel dibattito — ennesimo segno che di clericalismo siamo un po’ tutti preda — ed è questo: dai 18.000 matrimoni religiosi degli anni ’90, ora siamo a circa 4.000 all’anno. Se la matematica non mi inganna, un calo circa dell’80%. Insomma, pochissimi ormai si sposano in chiesa (e pure questo è noto), ma anche qui il peso del numero è rilevante.

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La generazione Z e il desiderio di vita piena. «Ho nostalgia della guerra»

da Vinonuovo.it, «vino nuovo bisogna versarlo in otri nuovi» (Lc 6,36).

I ragazzi che si sono diplomati ultimamente alla Scuola per Attori, del Teatro Stabile di Torino, hanno costituito una compagnia teatrale i “Potenziali Evocati Multimediali” (PEM). Diretti dal regista Gabriele Vacis, dall’inizio del 2023, portano in scena l’Antigone di Sofocle, in una versione molto post moderna. Nella fase iniziale della preparazione dello spettacolo teatrale, Vacis ha chiesto ai suoi giovani attori di riflettere personalmente sui temi e le domande esistenziali di Antigone. Lorenzo Tombesi, uno di essi, 24 anni scarsi, ha prodotto questo monologo che sta spopolando sui social.

A vederlo sembrerebbe davvero l’intervento fatto in uno di quei momenti di “autogestione” scolastica che i “millenials”, fino a qualche anno fa ancora chiedevano, quasi come un “ora d’aria”, per sopravvivere alla scuola. In realtà si tratta, invece, di una sorta di rivelazione del “fuoco sotto la cenere”, cioè di ciò che la generazione Z vive e non dice, e spesso non sa nemmeno dire: desiderio di vita piena, nascosto sotto ad un equilibrio fragile, forse più stabile e meno passivo di quello dei millenials, ma pur sempre precario.

Il monologo teatrale «Ho nostalgia della guerra»

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Farsi carico, oggi, del bene possibile

da Vinonuovo.it, «vino nuovo bisogna versarlo in otri nuovi» (Lc 6,36).

Mi sono chiesto: su cosa si può fissare lo sguardo nell’attuale panorama sociale, politico, ecclesiale? In questi giorni c’è l’imbarazzo della scelta.

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La lezione dell’A Diogneto a servizio della Chiesa che verrà

da Vinonuovo.it, «vino nuovo bisogna versarlo in otri nuovi» (Lc 6,36).

Le moderne società sono caratterizzate dalla pluralità di approcci culturali, politici, etnici, morali e religiosi. In un contesto impossibile da circoscrivere tramite definizioni unitarie, la proposta di vita del cristianesimo è chiamata ad assumere una forma umile, semplice e in grado di generare senso. Per approfondire tale approccio sembra opportuno riprendere la lezione dello scritto anonimo del II sec. d. C. intitolato A Diogneto.

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Sogni e speranza, per la politica che verrà

da Vinonuovo.it, «vino nuovo bisogna versarlo in otri nuovi» (Lc 6,36).

L’improvviso palesarsi all’orizzonte delle elezioni politiche – per certi versi una pratica alla quale non eravamo più abituati – non può che sollevare reazioni, considerazioni e aspettative diverse, dal classico disilluso («tanto non cambia niente») al cittadino impegnato che prende seriamente il proprio dovere civico, preparandosi e informandosi «dalla mattina a notte fonda» (sullo stile, per gli appassionati, del rag. Ugo Fantozzi). D’altra parte, soprattutto di questi tempi, non è facile sentirsi liberi di esprimere un proprio parere, specie se all’interno di una cornice chiaramente di fede, per giunta cristiana. Il riferimento ovviamente è alla non poco velata strumentalizzazione di un certo devozionalismo di matrice cristiana (almeno in superficie), che in maniera grottesca mischia politica e credenza (corrompendo entrambe), facendo così perdere a priori credibilità a qualsiasi parere “dal sapore cristiano” in ambito politico.

Queste poche battute, allora, non vogliono suggerire delle preferenze né tanto meno mettere in luce dinamiche, problematiche o aspettative che da più parti, comunque, in questi giorni potremo sentire, percepire e più o meno condividere. L’intenzione, piuttosto, è esprimere a voce alta una speranza, un desiderio, volgendo lo sguardo «alla politica che verrà».

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“Anche”. Preti, parrocchie, laicato

da Vinonuovo.it, «vino nuovo bisogna versarlo in otri nuovi» (Lc 6,36).

“Don S. mantiene l’incarico di direttore …, ed assume anche quello di parroco dell’unità pastorale …

Don C. parroco di …, diventa parroco anche di …

Don L. vicario parrocchiale di …, lo diventa anche di …

Don R. parroco di …, è stato nominato anche amministratore parrocchiale di …

Don S. parroco di …, è stato nominato anche assistente spirituale …

Don A. direttore di …, è stato nominato anche consulente …

All’unità pastorale di … si aggiungono anche le parrocchie di … “

Molto istruttiva la lettura delle pagine che riportano le nuove nomine, i trasferimenti dei preti, e la continua modifica del reticolo parrocchiale. Dopo le prime considerazioni oggettive mi sorprendo però a divagare, tra me e me, intorno a una piccola parola che vi ricorre davvero molto spesso: ‘anche’.

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La guerra giusta – 2

da Vinonuovo.it, «vino nuovo bisogna versarlo in otri nuovi» (Lc 6,36).

L’analisi storica dei dati del magistero sulla questione della guerra giusta ci ha condotti alla necessità di riformulare una teologia della difesa. Perché di questo si tratta. Come cristiani, la difesa di sé dall’aggressione di altri esseri umani, del proprio paese, del proprio mondo, come può essere compresa teologicamente? Fino a che punto è giusto spingersi?

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La guerra giusta – 1

da Vinonuovo.it, «vino nuovo bisogna versarlo in otri nuovi» (Lc 6,36).

Tutti, forse, speravamo fosse una questione morale chiusa. Ma dal 25 febbraio di quest’anno la domanda è rimbalzata improvvisa: esiste una guerra giusta? In realtà una eco era già presente al tempo della guerra in Siria, ma l’Ucraina è molto più vicina della Siria, perciò oggi la questione torna alla ribalta. Soprattutto in ambito cattolico, l’acuta percezione del dramma Ucraino e l’inevitabilità delle difesa armata contro l’invasore russo ha portato molti teologi, filosofi e persone di fede a reinterrogarsi, lacerando spesso coscienze che hanno da sempre tentato di tenere insieme davvero fede e storia.

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Parrocchia: a cosa possiamo rinunciare?

da Vinonuovo.it, «vino nuovo bisogna versarlo in otri nuovi» (Lc 6,36).

Nei vari cantieri sinodali che si stanno aprendo a macchia di leopardo, con tempistiche, modalità e obiettivi differenti, credo che dovrebbe risuonare, nella riflessione sulla parrocchia, anche (o soprattutto) questa domanda: a cosa possiamo rinunciare per una comunità capace di stare nel mondo di oggi secondo il segno del Vangelo? Perché è indubbio che nei secoli la parrocchia ha visto stratificarsi ruoli, mansioni, ministeri, incombenze, pratiche, strutture, dialettiche, riti, devozioni: tutto ‘materiale’ che, a mano a mano, si è accumulato e fossilizzato, posandosi sovente per inerzia.

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Parrocchia 2050: a qualcuno interessa?

da Vinonuovo.it, «vino nuovo bisogna versarlo in otri nuovi» (Lc 6,36).

In tutto questo gran parlare (ma non ovunque) di Sinodo, e non sempre conseguente fare, come ormai è sotto gli occhi di tutti quanti vogliano semplicemente osservare, c’è una frase assai nota di Alcide De Gasperi (che la derivava dal teologo americano James Freeman Clarke) che mi torna: «Un politico guarda alle prossime elezioni. Uno statista guarda alla prossima generazione». Parafrasiamola nel nostro contesto ecclesiale: «un amministratore guarda al prossimo anno, un vescovo profetico guarda alla prossima generazione».

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Comunità o moltitudine (di pochi)?

da Vinonuovo.it, «vino nuovo bisogna versarlo in otri nuovi» (Lc 6,36).

In questo articolo affermavo che il primo tema che il sinodo dovrebbe affrontare sarebbe quello della condizione umana, pastorale e spirituale, dei nostri preti. Credo però che questo tema non sia disgiungibile da un altro che, se si vuole lavorare dignitosamente sul primo, non può non essere affrontato: le condizioni delle dimensioni umane, pastorali e spirituali delle nostre comunità, soprattutto quelle parrocchiali.

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Cristiani senza Cristo o senza mondo?

da Vinonuovo.it, «vino nuovo bisogna versarlo in otri nuovi» (Lc 6,36).

Il 4 maggio scorso, Matteo Matzuzzi, vaticanista del Foglio, firmava un lungo articolo sui “Cristiani senza Cristo”. L’ipotesi di fondo dell’articolo era che a partire da un certo punto della storia la Chiesa avesse perso Cristo – la parte divina di Gesù – e la crisi di fede di oggi ne fosse la conseguenza. Di fatto questo modo di pensare ipotizza che prima di un certo punto storico la Chiesa fosse fedele alla divinità di Cristo e il popolo europeo – almeno nella sua gran parte – fosse convintamente cristiano (assai diverso dall’essere naturaliter cristiano), mentre dopo sia la Chiesa che il popolo cristiano abbiano smarrito Cristo e la sua divinità. Per dimostrare tale infedeltà si richiamano le chiese vuote, la perdita di influenza etica nella società e la destrutturazione di una salda dottrina, il calo delle vocazioni sacerdotali e dell’organizzazione della vita comunitaria di fede. Insomma, il diluvio universale del laicismo.

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Vaccini, le parole che fingiamo di non capire

da Vinonuovo.it, «vino nuovo bisogna versarlo in otri nuovi» (Lc 6,36).

“Nello spirito di un “internazionalismo dei vaccini”, esorto l’intera comunità internazionale a un impegno condiviso per superare i ritardi nella loro distribuzione e favorirne la condivisione, specialmente con i Paesi più poveri” (Papa Francesco, messaggio Urbi et Orbi di Pasqua, 4 aprile 2021)

“Condividiamo il pensiero di Papa Francesco: vaccinarsi è un obbligo morale” (Joe e Jill Biden, auguri di Pasqua agli Stati Uniti, 4 aprile 2021)

A Pasqua – nel messaggio Urbi et Orbi – Papa Francesco è tornato a ribadire quanto ripete da mesi: e cioè che i vaccini contro il Covid-19 sono un bene globale che va condiviso con i Paesi poveri, dove le conseguenze del virus non sono meno gravi che da noi. Nelle stesse ore dall’India arrivava quest’immagine che mi ha lasciato senza parole: due giovani pazienti costretti a condividere un solo letto nel pronto soccorso di un ospedale a Nagpur, nello Stato indiano del  Maharashtra. E’ India, ma potrebbe benissimo essere il Brasile o qualunque altro tra i tanti Paesi dove in questi giorni la nuova ondata del virus sta facendo registrare numeri mai visti prima nei contagi causati dalla pandemia. Per noi, però, la loro resta un’altra malattia, qualcosa di abissalmente diverso rispetto al “nostro” problema.

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Il figlio del falegname

da Vinonuovo.it, «vino nuovo bisogna versarlo in otri nuovi» (Lc 6,36).

Quando ascolto o leggo l’espressione con la quale nei Vangeli viene definito Gesù e cioè “Il figlio del falegname” (Mt 13,55), il mio cuore si riempie di stupore e mi commuovo profondamente.

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Chimica ed eucarestia

da Vinonuovo.it, «vino nuovo bisogna versarlo in otri nuovi» (Lc 6,36).

Ora che le celebrazioni sono riprese e l’animo dei cattolici, soprattutto di alcuni tra vescovi e laici, sembra essere più tranquillo, forse si può ragionare con più calma, senza essere presi dalle reazioni del momento, sul pensiero di “fondo” che ha animato alcune parti della chiesa durante il digiuno eucaristico. Mi riferisco alle affermazioni, ben visibili ancora sul web, di chi afferma che l’eucarestia, come corpo di Cristo, quindi, come dato che trascende l’umano, non possa essere portatrice di virus e veicolo di contagio.

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