Misericordia, identità, confini. Come il metterci nella dinamica della misericordia cambia noi, le ACLI, la Chiesa

L’articolo è la rielaborazione del materiale usato nella due giorni di spiritualità (8-9 ottobre 2016) delle ACLI provinciali di Como e di Sondrio ad Assisi.

Il Signore dette a me, frate Francesco, d’incominciare a fare penitenza così: quando ero nei peccati mi sembrava cosa troppo amara vedere i lebbrosi e il Signore stesso mi condusse tra loro e usai con essi misericordia. E allontanandomi da essi, ciò che mi sembrava amaro mi fu cambiato in dolcezza d’animo e di corpo. E di poi, stetti un poco e uscii dal mondo.

Dal Testamento di San Francesco d’Assisi (FF 110)

… Che non ci sia mai alcun frate al mondo, che abbia peccato quanto poteva peccare, il quale, dopo aver visto i tuoi occhi, se ne torni via senza il tuo perdono misericordioso, se egli lo chiede; e se non chiedesse misericordia, chiedi tu a lui se vuole misericordia. E se, in seguito, mille volte peccasse davanti ai tuoi occhi, amalo più di me per questo: che tu possa attirarlo al Signore; e abbi sempre misericordia di tali fratelli.

Dalla lettera ad un ministro (FF 235)

Introduzione: Attenti a buttarla subito sulle “opere di misericordia”!

 

A quale verbo si accompagna la parola “misericordia”? Più al verbo “fare” o al verbo “essere”?
Nell’anno giubilare della misericordia c’è stato un gran pullulare di incontri sulle opere di misericordia. Giusto e, se pensati bene, anche interessanti e utili. Fanno parte della tradizione della Chiesa che le deduce (per quanto riguarda quelle corporali) da Mt 25.
Il rischio è, però, di buttarla subito in una lettura morale e volontaristica che vuole sapere subito cosa c’è da fare. Essere concreti è importante. Ma non a costo di essere superficiali.

1) Misericordia è il modo proprio, specifico e inimitabile di amare di Dio, fino a diventarne l’identità.

 

Nella creazione Dio si “stringe” per far posto all’esistenza di qualcosa di totalmente diverso da sé (la Cabala, misteriosa corrente mistica dell’ebraismo, definisce questa autolimitazione di Dio con una parola buffa e quasi onomatopeica: tzim tzum).

Nelle conseguenze del peccato e della limitatezza ontologica della creazione Dio vive la sofferenza della madre per il figlio e si mette dalla parte di chi è fragile e debole: del piccolo, del povero e anche del peccatore.

Nella rivelazione Dio si comunica all’uomo e racconta e vive la relazione con il suo popolo mantenendo la differenza tra sé e tutto il resto.

Nell’incarnazione Dio si fa uomo, in Gesù è vero uomo e vero Dio … sta in un’appartenenza plurale, su una frontiera, nella condivisione della “casa” e della “strada” con i piccoli e i poveri.

Nel mistero pasquale Dio mette in gioco e dona tutto ciò che è e appunto per questo si rivela pienamente nella sua identità di misericordia.

Nell’attesa della parousia apre l’orizzonte verso un futuro e un mondo migliore (dare speranza di disperati: ottava opera di misericordia spirituale?).

2) Essere cristiani, Chiesa, Acli con uno stile che comunichi la misericordia. Tentativo di “decalogo” … ovvero di dire dieci parole significative.

 

I. Pensarsi “parte”

Il fare posto all’altro inizia dentro la nostra testa. Come singoli, come Chiesa e come associazione si deve agire tenendo sempre presente che non si è soli e non si è gli unici.

Questo implica il prendere e mantenere coscienza che siamo una piccola parte di mondo privilegiata, il cosiddetto Occidente, e che esistono altri popoli e altre terre con altro tenore di vita, altre culture, altri modi di vedere la realtà.

Implica il prendere e mantenere coscienza di un pluralismo confessionale e religioso, culturale e valoriale, etnico e linguistico che abbiamo sulla porta di casa. Di un pluralismo dentro la Chiesa cattolica di associazioni ma anche di spiritualità e di carismi, di priorità e modalità di impegno.

Credo che le Acli e gli aclisti possano essere segno che ricorda la realtà di un mondo che chiede giustizia e di una società che diventa sempre più plurale. Spesso la Chiesa e la politica sembrano avere l’irreale visione di un mondo dove tutti si possono permettere il nostro tenore di vita e di una Italia monolitica dal punto di vista etnico, religioso, culturale. Occorre che qualcuno ricordi spesso che la realtà non è questa e che l’Italia, sia pur in gradi diversi a seconda dei secoli, è dal punto di vista storico un paese da sempre plurale.

II. Riconoscersi piccoli e poveri per essere dalla parte dei piccoli e dei poveri … e viceversa

Non ci si salva da soli. Una verità evangelica evidente. Eppure nella Chiesa e nella società, dentro la superficiale e non pensata pratica quotidiana, di fronte alla crisi e alla secolarizzazione, ci si affida a riforme “prodigiose” e a progetti pastorali “risolutivi” (intendiamoci, riforme e progetti ci vogliono … il problema è farne un’illusione di onnipotenza o di autosufficienza) oppure si identificano in alcune persone dei carismatici leader che dovrebbero essere la soluzione.

Occorre invece riconoscersi piccoli e poveri. Il cristiano, la Chiesa e le Acli non guardano il povero dall’alto in basso, non danno la monetina con sguardo schifato dicendo “non se li beva!”, non sono degli idoli benevoli forti della loro organizzazione e delle loro strutture che si chinano sui poveri comuni mortali.

Solo avendo una visione realistica della propria piccolezza e fragilità in termini di forza e organizzazione, ma anche di capacità di resistere a egoismo e mondanità, alla convinzione che soldi e potere siano le lenti attraverso cui vedere il mondo, si può essere parte di un popolo di piccoli e di fragili, quale è la Chiesa in quanto Popolo di Dio e le Acli in quanto associazione che vuole stare “nel popolo e con il popolo” (Roberto Rossini).

III. Conoscere sé stessi per mettersi in relazione

Il primo passo per mettersi in relazione è conoscersi. Chi non sa chi è, chi ha una identità malferma, chi non frequenta assiduamente le proprie radici rischia nel rapporto con l’altro, con il diverso, di essere chiuso, ostile, intollerante, rigido, dogmatico. E’ l’arroganza di chi fa la voce grossa per paura, un’identità confusa e superficiale che si irrigidisce e arruffa il pelo per sembrare forte e monolitica.

Occorre una profonda conoscenza di sé, delle proprie radici, della propria storia e della sapienza in essa contenuta per accogliere l’altro, per relazionarsi alla pari e non dall’alto in basso (dall’altro della propria finta forza, come dall’alto della presunta superiorità morale e paternalista della propria identità), perché il camminare insieme sia integrazione e arricchimento reciproco.

Per il singolo ciò significa riscoprire la propria unicità e, insieme, il ricollocarsi dentro una famiglia, una comunità, un popolo, una storia. Il ripercorrere le proprie radici è, a volte, fonte di difficoltà e di sofferenza, ma anche di gioia e di sano orgoglio.

Per la Chiesa è sintonizzarsi con la propria vocazione e la propria identità di Popolo e di luogo della presenza di Dio, è rimanere affascinati dalla Parola e dalle sue sorprendenti bellezze, è mettersi in relazione con le altre tradizioni, confessioni cristiane e religioni scoprendo affinità e specificità.

Per le Acli è riappropriarsi della propria storia, delle ramificazioni dentro il cammino dell’Italia e della Chiesa, della saggezza dei propri maestri senza inutili nostalgie … è essere in grado di avere una visione profonda del proprio tempo sia dal punto di vista laico che ecclesiale, attraverso una presenza concreta e locale ma che non rinchiuda l’orizzonte all’oggi.

IV. Accogliere, ascoltare, stare: essere contemporaneamente vaso che contiene e tutela e acqua che si adatta al contenitore

In una relazione (tra singoli, tra comunità o associazioni, tra chiese) caratterizzata dalla misericordia l’altro, con la sua identità, la sua storia, le sue necessità, ha bisogno di essere accolto e di sentirsi dentro la nostra vita non come un numero ma come qualcuno di unico e irripetibile. Per questo occorre essere vaso … robusto nella propria struttura ma senza la volontà di “riempire” l’altro, di farlo diventare uguale a sé, ma che accoglie l’altro e vuole conoscerlo e relazionarsi con lui per come è.

Oggi più che mai sono inutili e spesso dannosi schemi rigidi, percorsi standardizzati, prassi spersonalizzanti. Per questo è necessario essere acqua che si adatta ad ogni contenitore pur restando sé stessa.

V. “Fare misericordia”: Il primato della vita e dell’esperienza

Cristo definisce se stesso “via, verità e vita”. Tre termini che indicano una direzione precisa.

“Via” è una strada da percorrere, un tragitto su cui camminare, un’esperienza da vivere. Sono importanti le parole, la storia, le idee, i dogmi nel momento in cui fanno parte di un’esperienza, di un cammino fatto insieme con i piedi, non solo con la testa.

“Verità” nella Bibbia non indica un’idea che prima non si conosce e poi si scopre attraverso il ragionamento o lo studio. Ciò che è “verità” è stabile, sicuro, affidabile, qualcosa o qualcuno di cui ci si può fidare in termini di solidità e durata. Un terreno solido su cui appoggiare il piede con sicurezza, un compagno di viaggio che non ti molla quando il cammino si fa duro.

“Vita” indica la cosiddetta “vita eterna”, dove vengono un’altra volta tirati in ballo gli elementi dell’esperienza e della affidabilità. “Vita” è la vita piena, compiuta, felice … non la sola vita biologica, la sopravvivenza, ma vivere davvero ed in maniera consapevole. “Eterna” indica ancora solidità e durata. Ciò che è affidabile, con i piedi ben piantati per terra dura nel tempo …

“Dalla parte di Marta” è un’intuizione che esprime in maniera efficace la vocazione delle Acli ad essere dentro la vita della gente, nel tentativo di risolvere insieme i bisogni concreti, svolgendo un servizio fedele, solido e affidabile.

VI. “Essere nel mondo”: abitare la città, immergersi nella vita

Misericordia è scegliere di piantare la tenda tra le tende degli altri, condividere la normalità, immergersi nella vita, non isolarsi nei palazzi dorati delle alte spiritualità o dell’impegno civile e scendere nelle strade, nei quartieri, nei luoghi di lavoro.

Si legge nella Lettera a Diogneto, straordinario documento del primo cristianesimo:

I cristiani né per regione, né per voce, né per costumi sono da distinguere dagli altri uomini. Infatti, non abitano città proprie, né usano un gergo che si differenzia, né conducono un genere di vita speciale.

Il cristiano non è chiamato a costruirsi tende sul Tabor o a ritagliarsi spazi in cui costruire la società perfetta, oasi “cattoliche” nel deserto della secolarizzazione e del pluralismo religioso e valoriale. Nello “stare dentro” si fonda la laicità del cristiano.

VII. “ma non dal mondo”: essere lievito e sale … la diversità del cristiano

Continua la Lettera a Diogneto:

Vivendo in città greche e barbare, come a ciascuno è capitato, e adeguandosi ai costumi del luogo nel vestito, nel cibo e nel resto, testimoniano un metodo di vita sociale mirabile e indubbiamente paradossale. Vivono nella loro patria, ma come forestieri; partecipano a tutto come cittadini e da tutto sono distaccati come stranieri. Ogni patria straniera è patria loro, e ogni patria è straniera. Si sposano come tutti e generano figli, ma non gettano i neonati. Mettono in comune la mensa, ma non il letto. Sono nella carne, ma non vivono secondo la carne. Dimorano nella terra, ma hanno la loro cittadinanza nel cielo. Obbediscono alle leggi stabilite, e con la loro vita superano le leggi.

Ricamando su qualche immagine evangelica, esistono due pericoli nell’essere sale della terra e lievito nella pasta …

Il primo è di non mischiarsi, di rimanere nel barattolo a pontificare e lamentarsi a proposito della religione che non c’è più, del mondo che non è più come una volta, dei valori non negoziabili che non vengono rispettati. Cosa inutile, ipocrita e fastidiosa.

Il secondo è entrare nella terra e nella pasta senza salare e senza far fermentare … non far agire la Parola, una logica diversa, priorità che vanno controcorrente, adattarsi all’andazzo generale. Non si fa più la differenza e l’etichetta cristiana diventa viscida raccomandazione o vergognosa aggravante.

Per le Acli il mantenere la propria specificità di realtà complessa di ispirazione cattolica (specialmente nella società e nel mondo del lavoro) e di esponente di un cristianesimo sociale, progressista, democratico e attento alla laicità (specialmente nella Chiesa) è l’unica strada per cercare di sfuggire all’insignificanza e all’essere inutile e inerte terra dentro la terra.

VIII. Stare sul confine tra le appartenenze e dentro identità plurali: dell’importanza di mediatori, costruttori di ponti, saltatori di muri, esploratori di frontiera

Il mondo oggi si fa sempre più complesso. Ma forse lo è sempre stato. Oggi il mondo lo trovi in ogni posto. In termini etnici, religiosi, di appartenenza culturale, politica, ecclesiale, di pluralità di sensibilità, idee, cammini, di intreccio di ambiti diversi economici, relazionali, territoriali.

Sono importanti in questo tempo, in misura ancora maggiore rispetto al passato, quelle persone e quei gruppi che stanno tra più appartenenze e più “mondi”, che hanno identità plurali e complesse. Fanno un lavoro scomodo, faticoso, che richiede molte doti “atletiche” … mediatori, costruttori di ponti, saltatori di muri, esploratori di frontiera … vedeva lontano, come al suo solito, Alexander Langer, quando scriveva dell’assoluta necessità di queste figure.

Mi pare che le Acli rientrino da più punti di vista in questa categoria. Non solo per le iniziative che hanno come oggetto l’amicizia e la cooperazione tra i popoli o l’ecumenismo. Queste sono aperture importanti che danno respiro ad un terzo settore e ad una realtà ecclesiale sempre col fiato accorciato da servizi, progetti e agende spesso autoreferenziali. Nella prospettiva dell’essere catalizzatore di legami e relazioni tra mondi diversi ho sempre trovato interessante il rapporto con gli amici della fraternità russa di Sretenje, anch’essi, in maniera diversa, impegnati nel faticoso compito di collegare realtà differenti.

Ma molte altre sono le frontiere esplorate e da esplorare: quella tra impresa e solidarietà, tra professionalità e volontariato, mondo ecclesiale e società, politica e associazionismo, gerarchia e laici …

In particolare, personalmente, credo che questo ultimo ponte sia da far funzionare anche in modalità poco frequentate … Le Acli nascono, nell’idea di Pio XII, come “cellule dell’apostolato cristiano moderno”, come ponte che portasse la Chiesa nella società e nel mondo del lavoro … oggi è forse importante il movimento inverso: per sfuggire la tentazione dell’autoreferenzialità le Acli possono essere un prezioso stimolo che porta le realtà sociali dentro la Chiesa. Appartenendo pienamente ad entrambi i mondi il sistema delle Acli può svolgere l’ingrato ma indispensabile compito di mediatore, costruttore di ponti, saltatore di muri, esploratore di frontiera.

IX. Convertirsi, riformarsi, rimettersi in gioco: dentro la dinamica di morte e risurrezione

Nella spiritualità cristiana il discepolo è sempre chiamato a convertirsi … non è un superficiale esame di coscienza, né un banale cambio di appartenenza religiosa o di atteggiamenti morali. E’ inversione a U, cambio di mentalità, morte dell’uomo vecchio perché nasca l’uomo nuovo.

La Chiesa è semper reformanda. Sempre ha il dovere di essere docile all’azione dello Spirito Santo che la pone dentro una dinamica di riforma. Spesso si irrigidisce opponendovisi. Ma la necessità di ristabilire la forma del santo evangelo è un cammino indispensabile e costante. In questi decenni si è trattato e si tratta di dare continuità e concretezza a quel percorso di riforma iniziato con il XX secolo, culminato dal punto di vista del magistero nel Concilio Vaticano II, continuato tra alti e bassi nei tentativi di applicazione nella vita delle comunità cristiane sul territorio.

Le Acli si sono rimesse in gioco più e più volte nella loro non lunghissima storia: da “corrente cristiana del sindacato unitario” a “movimento sociale dei lavoratori cristiani”, da “parte essenziale e costitutivo del movimento operaio” alle tre fedeltà, dal collateralismo con la DC al non collateralismo di Labor, dall’“ipotesi socialista” al riavvicinamento con la gerarchia.

Quali le conversioni, le riforme, i cambiamenti necessari oggi?

X. Dare speranza ai disperati e affliggere i consolati: opere di misericordia alternative?

“Affliggere i consolati” diceva il vescovo Tonino Bello con il gusto per i capovolgimenti semantici paradossali che caratterizzano i suoi testi. Anni dopo la stessa espressione veniva ripresa da padre Pio Parisi, storico assistente nazionale delle Acli, mettendo a tema la necessità di pensieri, parole, gesti, silenzi e comportamenti profetici dentro la società, la Chiesa e il mondo politico.

“Non lasciatevi rubare la speranza” ripete più volte Papa Bergoglio a giovani e meno giovani.

Da una parte si tratta di aprire finestre su paesaggi scomodi a chi se ne starebbe comodo nelle proprie faccende affaccendato. Spesso sono Chiesa e politica ad apparire consolati ed autoreferenziali. Ma non sono i soli.

Dall’altra la questione è “dare speranza ai disperati”, fornire aperture concrete al domani, capacità di pensare il futuro. Questo fa parte del DNA delle Acli …

L’apertura al futuro è qualcosa di cui sentiamo la mancanza nella società di oggi. La diffusa e preoccupante incapacità di pensare il futuro, sia a livello sociale e politico che più quotidiano e comune, si risolve in una chiusura e in una frammentazione carica di angoscia. Ma senza una visione di futuro ogni azione sociale e politica, come anche qualsiasi percorso formativo e di crescita della persona, si riduce a slogan o a iniziative e cammini frammentari e di corto respiro.

La speranza cristiana non invita al disinteresse per il presente in vista di un mondo ultraterreno da attendere passivamente, ma è una breccia sul futuro escatologico che può forzare le strettoie del qualunquismo e dell’interesse di parte e aprire orizzonti e prospettive più ampi anche per il futuro della società.

La collaborazione nella costruzione di un mondo più giusto trova senso nella ricapitolazione di tutte le cose in Cristo.

La speranza, oltre ad essere una virtù teologale da chiedere e da custodire, è un muscolo che va tenuto allenato.

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