I nonni dell’arcobaleno

dal profilo facebook di fratel Ignazio de Francesco, monaco della Piccola famiglia dell’Annunziata.

Sono cresciuto nell’ingenua convinzione che il razzismo fosse una cosa morta e sepolta, roba da libri di storia, traccia letteraria di tragedie passate, anche se da poco. Insomma un argomento da tenere a mente il tempo necessario per passare l’interrogazione, ma senza nessuna attinenza con la (allora) giovane vita della mia generazione. Cose da vecchi, “di una volta”. Una conferma mi venne da Luigi Luca Cavalli-Sforza, lo scienziato di fama internazionale che tanto ha scritto per mostrare, dal punto di vista strettamente genetico, l’esistenza di una sola razza umana. Quindi nessuna base scientifica per il razzismo: tutti gli elementi che sono serviti a costruire teorie razziali, come il colore della pelle e altri prominenti tratti somatici, non sono che l’effetto di adattamenti climatici. La nuova eruzione di sentimenti razzisti, così dilaganti e virulenti, mi ha quindi dapprima solo stupito. Poi spaventato.

Un amico vicentino mi introduce all’universo totalmente ignoto dei Cimbri, un’etnia d’origine germanica (o celtica) diffusa tra Veneto e Trentino, con tratti del tutto peculiari. L’amico conosce bene i gruppi di Cimbri concentrati in alcune borgate nel suo comune, Crespadoro, ma aggiunge che averci a che fare non è facile: “Neppure il loro modo di spaccare la legna è uguale al nostro”. Incontrandoli per strada li avrei detti “Veneti puro sangue”. Macché, “puro sangue Cimbri”! La frammentazione delle identità è potenzialmente infinita e minaccia sempre di trasformarsi da forza di cultura e umanità (la storia, la lingua e le usanze dei Cimbri sono assolutamente straordinarie e affascinanti) in forza centrifuga, disgregante e disumanizzante. Bisogna ridarsi ragioni contro il razzismo, in tutte le sue forme.

Per tutti, credenti e non credenti, ci sono le prove della genetica, poi la Costituzione italiana, legge fondamentale dello stato, la Carta dei Diritti dell’uomo, e infine i documenti della storia, che indicano nel razzismo una macchina infernale del dolore.

Coloro che si dichiarano credenti hanno in più la storia di Adamo ed Eva, mitica quanto vuoi ma portatrice di un’idea precisissima: la radice del genere umano è unica, siamo tutti nipotini degli stessi nonni. Tra le tante rielaborazioni di questa storia, mi pare deliziosa quella che trovo nella monumentale “Storia” di Tabari, grande sapiente musulmano dell’epoca classica. È importante che venga da lui perché, bisogna dirlo, tra gli arabi soffia spesso il vento gelido del razzismo. È già attestato nei capolavori della letteratura araba pre-islamica, come la biografia poetica di Antara, l’eroe di pelle nera disperatamente innamorato di una puro sangue araba, poi resiste al messaggio di eguaglianza portato dall’islam (il nero Bilal è uno degli eroi degli inizi) e si propaga vigoroso fino ad oggi. I racconti che ho raccolto di persone giunte dall’Africa nera nei paesi arabi/musulmani affacciati sul Mediterraneo trasudano offese e discriminazioni inaudite. Come a dire: il razzismo ha mille filiali.

Per questo è utile a noi tutti, arabi e non, rileggere quella pagina della “Storia del Tabari”, che come tanti storici del suo tempo inizia il racconto dalla creazione del mondo. Egli dunque riferisce che quando Dio decise di modellare l’uomo dalla terra, non si accontentò di prendere la materia prima da un solo punto, ma mando un angelo a raccoglierne un poco da tutto il mondo, da tutti i terreni. Terra nera, bianca, rossa, gialla eccetera. Ed ecco perché gli uomini e le donne sono ora bianchi, ora neri, ora gialli, ora rossi. Da tutte le terre Adamo ed Eva. Da Adamo ed Eva uomini e donne di ogni terra.

Ignazio de Francesco

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