Formazione socio politica: Laicità e Democrazia. Prof. Leonardo Becchetti – Le politiche di governo: dai principi ai fatti, quali vie?

da Diocesidicomo.it, il sito della Diocesi di Como.

Proponiamo e rilanciamo alcuni materiali legati alla scuola di formazione socio politica svolta in diocesi di Como negli anni passati. Nei momenti di imbarbarimento e analfabetismo sociale e politico, quando violenza, odio e fanatismo sono sulla scena occorre tornare ai fondamentali, occorre formazione.

Leonardo Becchetti (Roma, 31 luglio 1965) è un economista italiano. Dal 2006 è professore ordinario di Economia politica e direttore del Master MESCI in cooperazione internazionale e del corso biennale European Economy and Business Law presso l’Università di Roma Tor Vergata. Il 12 ottobre 2010 presso il centro parrocchiale San Giuseppe di Morbegno tenne l’incontro “Le politiche di governo: dai principi ai fatti, quali vie?”, di cui pubblichiamo la trascrizione non rivista dall’autore.
Mons. Angelo Riva

Buonasera! Eccoci al secondo appuntamento del nostro cammino di Scuola Sociale, salutiamo gli amici di Como e Bormio che ci seguono in streaming.

Il professor Leonardo Becchetti è professore di economia politica presso la facoltà di Economia dell’Università di Roma Tor Vergata. Ha alle spalle circa 210 lavori tra articoli su riviste nazionali e internazionali, volumi , contributi e quaderni di ricerca. Tra le sue ultime fatiche ricordo il volume “Oltre l’homo oeconomicus”. A lui chiediamo di continuare la riflessione iniziata da un punto di vista più giuridico la volta scorsa dal prof. Onida. Il professore ci parlerà in modo più particolare della dimensione economica, entrando anche in maniera più diretta in quella che è la sua esperienza. Ricordo che è anche Presidente del Comitato Etico di Banca Etica.

Prof. Leonardo Becchetti

Grazie della presentazione, e dell’accompagnamento sino a qui. Mi fa piacere essere questa sera con voi. Sono un ‘animale’ un po’ strano: sono professore, ma non solo professore, sono presidente di una associazione laicale e sono anche appunto dentro una banca, un’impresa e cerco di mettere insieme queste tre cose.

Volevo partire da alcuni dati, per poi andare a qualche concezione del bene comune, e arrivare a delle conclusioni, sia per l’Italia che in generale per l’economia.

Abbiamo presentato questi dati a Bertinoro, nell’ambito delle “Settimane dell’economia sociale”. Vengono da un lavoro appena terminato con il Ministero del Tesoro sulla posizione dell’Italia e gli indicatori di benessere. Su tanti dati l’Italia è simile a altri paesi, ma prenderò in considerazione i dati più interessanti, in cui l’Italia si distingue in negativo, come la crescita del reddito nei 27 paesi dell’Europa, in cui l’Italia è l’ultima di 27. Sono tassi di crescita annuali degli ultimi dieci anni. Il primo è la Bulgaria, l’Italia ha tasso di crescita zero. E’ un paese che in questo decennio non cresce. E’ come se la crescita fosse il vento, la tempesta, e l’Italia si trovasse al centro del ciclone, cioè l’unico punto del mondo dove non c’è vento.

Come sapete questo è un periodo straordinario per il mondo: quest’anno il tasso di crescita mondiale sarà del 5%, l’Africa cresce al 5% all’anno da ormai dieci anni, l’America Latina lo stesso. Dobbiamo anche aggiornare un po’ le nostre categorie, perché sappiamo quanto stanno crescendo paesi come l’India, la Cina, il Brasile; la geografia è quindi un po’ cambiata: questa è la nostra situazione, e tenete poi conto che i dati che leggete sono una media, perché l’Italia va divisa in Nord, Centro e Sud, perché le realtà sono molto diverse.

Possiamo invece essere fieri dell’aspettativa media di vita alla nascita. L’aspettativa di vita a livello mondiale è un indicatore importante perché ci indica la qualità della vita, la salute, la dieta anche alimentare, i progressi della sanità e la capacità di diffondere questi progressi della sanità a livello generale a tutta la popolazione; l’Italia è il terzo paese al mondo per qualità della sanità e siamo al quarto posto come aspettativa media di vita. Siamo un paese quindi dove si vive bene, nonostante la ricchezza cresca poco.

Poi c’è un dato interessante, e qui entra la parte nuova di ricerca di cui io mi occupo. Per tanti anni si è ragionato tra economisti pensando che la crescita del PIL coincidesse con la felicità, quindi per un economista far crescere l’economia voleva dire automaticamente aumentare la felicità delle persone. Un giorno però ci si trova di fronte a un grafico che riguarda gli Stati Uniti nel secondo dopoguerra e dice che il reddito pro capite degli Stati Uniti cresce molto, ma allo stesso tempo la quota di persone che si dichiarano molto felici scende. Questo è sconvolgente per gli economisti, perché si comincia a capire che la felicità delle persone nei paesi più avanzati e più ricchi non dipende solo dalla crescita del PIL. È interessante dire che la crisi finanziaria ci ha aiutato a capire perché questo succedeva. Se prendiamo lo stesso grafico per l’Italia, vedrete che il risultato è differente, perché il PIL cresce e la felicità anche. Qual è quindi la differenza tra Italia e Stati Uniti che si scopre dopo la crisi? Potremmo dire che il reddito pro capite non è neanche un buon indicatore di benessere economico, perché non si può guardare solo al reddito pro capite, ma anche alla ricchezza di un paese, se le famiglie sono indebitate, e a quanto costano i servizi pubblici. Mentre negli Stati Uniti in quegli anni il reddito aumentava, allo stesso tempo la sanità costa moltissimo, la scuola costa moltissimo e il rapporto tra debito e reddito negli Stati Uniti era quasi del 100% nelle famiglie, mentre da noi è al 30%. Lo stesso se fate delle classifiche sulla ricchezza, che è difficile da misurare, ma che ci dicono che, mentre Italia e Germania sono paesi molto ricchi, dove il rapporto tra ricchezza e reddito è di quasi 7 volte (cioè il livello della ricchezza è 6‐7 volte il reddito), negli Stati Uniti è di 1‐2, e capite da dove nasce la crisi. Il modello italiano e tedesco è un modello dove si cresce meno ma c’è molta più ricchezza e molto meno debito.

Nei paesi come gli Stati Uniti si è spinto molto sulla crescita ma c’è stato anche contemporaneamente un crollo del benessere della classe medio bassa e qui nasce la crisi finanziaria: quando la classe media comincia a perdere terreno nasce l’economia del debito, cioè dei mutui, delle carte di credito e si cerca di continuare a far andare avanti l’economia attraverso un indebitamento sempre più pesante, perché l’economia per andare avanti ha bisogno di un benessere diffuso, altrimenti i consumi non funzionano e l’economia non tira. Succede quindi che con la crisi finanziaria le banche in quel paese prestano e fanno mutui un po’ allegri, anche a persone che pagano un 60% di rate sul proprio reddito. Questo in Italia non succede perché le banche controllano quanto uno sia gravato da molte rate. Invece questo negli Stati Uniti non succedeva perché le banche poi vendevano i mutui ad altre banche e non ne erano più responsabili, né interessate a vedere cosa succedeva. Questo situazione del debito si aggroviglia e si arriva a questa crisi finanziaria gravissima che poi si diffonde un po’ in tutto il mondo.

La cosa interessante da vedere è anche che, ripetendo questo studio sul rapporto tra felicità e reddito, la linea non è crescente, ma decrescente: negli ultimi dieci anni c’è una correlazione quasi inversa: ci sono paesi che sono cresciuti molto con il reddito ma poco di felicità, e viceversa paesi che sono cresciuti meno nel reddito ma molto di più nella felicità. Perché succede questo? Un po’ l’abbiamo spiegato: il reddito non basta e bisogna guardare anche altro; però c’è anche un altro problema, e sono i beni relazionali: nelle società ricche la qualità della vita relazionale si impoverisce sempre di più. C’è una crisi di beni relazionali. Se sostituiamo al reddito una variabile di beni relazionali, ad esempio in un paese il numero di persone che fanno parte di associazioni, vedrete che la relazione tra felicità e persone che hanno una vita relazionale più ricca ritorna positiva. Questo è uno dei grossi fondamentali problemi della nostra società.

Sentivo oggi dell’alto tasso di suicidi nella provincia di Sondrio, e della disgregazione dei tessuti sociali e relazionali: sta succedendo in tutti i paesi ricchi che i beni relazionali sono molto fragili (una amicizia, una relazione affettiva, la vita di una associazione, una partita in uno sport di squadra, cioè tutto quello che ci rende felice perché lo facciamo insieme a qualcun altro), e tutti questi beni richiedono cura, molto investimento, richiedono tempo, e oggi il tempo costa, c’è n’è sempre meno, siamo sempre più frenetici, perché oggi ci sono molti più modi per usare il tempo, mentre cento anni fa non c’erano molti modi di passare il tempo. Oggi possiamo fare migliaia di cose, possiamo guadagnare molto di più, abbiamo tutta una serie di attività non relazionali cui possiamo dedicarci (centinaia di canali, internet ecc.) e queste attività contendono tempo all’investimento in relazione e quindi la gente investe sempre meno nei rapporti relazionali; la conseguenza è il crollo della vita relazionale. Tutti gli indicatori dei paesi occidentali ci parlano di questo declino nel successo dei rapporti affettivi, nelle amicizie: 30 anni fa avevamo 3 o 4 amici in media, oggi 1 o due. Ci sono anche dati curiosi: è aumentato il numero di persone abbandonate negli obitori dopo la morte. Le relazioni si disgregano e questo ha un effetto enorme, perché negli studi sulla felicità si dimostra che la variabile più importante per la felicità delle persone è la qualità della vita di relazione.

Passiamo alle statistiche del debito. Questo dato riprende quello di prima: per molto tempo abbiamo, prima della crisi finanziaria, parlato molto del debito pubblico: i paesi peggiori erano quelli che avevano un debito pubblico più alto, e l’Italia era tra questi, con un debito del 115% sul PIL. Dopo la crisi la situazione cambia, perché si capisce che una risorsa importante di un paese è la ricchezza dei cittadini, e quindi si scopre che il modello italiano e quello tedesco hanno radici molto più solide, perché i cittadini hanno più ricchezza e sono meno indebitati e questa ricchezza dei cittadini è molto importante perché si traduce in risparmio e acquisto di titoli di stato e quindi può sostenere un debito dello stato maggiore. Quando si sommano i debiti dei privati e delle imprese con i debiti pubblici, l’Italia non è più l’ultima ma addirittura la quarta, una delle migliori. Meglio dell’Italia la Germania, l’Austria e la Finlandia, e la Grecia. Notate la posizione dei paesi anglosassoni: se vi ricordate, l’Irlanda era un paese dove la felicità era aumentata molto poco nonostante il reddito fosse cresciuto molto. Adesso sappiamo perché: in realtà in Irlanda c’era stato contemporaneamente un aumento dell’indebitamento di famiglie e imprese pazzesco, l’888% del PIL.

E’ importante quindi ora rispondere alla nostra domanda: se il mondo è in questa situazione, quali strade devono essere prese? Cos’è oggi il bene comune? Quali le cose più importanti e urgenti? Per capire questo dobbiamo allargare lo sguardo e, a livello mondiale, possiamo identificare questi quattro problemi:

  1. il problema della povertà (1 miliardo di persone sotto il dollaro al giorno, 2 miliardi che guadagnano meno di 2 dollari al giorno)
  2. il paradosso della felicità (la crisi delle relazioni)
  3. il problema dell’ambiente
  4. la crisi finanziaria (rispetto al quale ci sono chiesti sacrifici, e ci si domanda perché, dato che la crisi l’hanno causata la finanza e le banche, i sacrifici debbano essere sostenuti dalla gente).

La situazione è incredibile: l’altro giorno è fallita la Anglo‐Irish Bank e in Irlanda il rapporto deficit‐PIL è arrivato al 30%. Se vi ricordate Maastricht, la regola era il 3%, quindi l’Irlanda ha superato il limite di dieci volte. E’ quindi una situazione drammatica.

Oggi la grande questione è quella di chiedere al sistema finanziario di restituire le risorse che ci ha tolto, e quella che prima era considerata una proposta estremista, cioè la Tobin Tax (tassa sulle transazioni) viene ora richiesta dal Fondo Monetario, dall’Unione europea, da primi ministri come la Merkel.

L’idea, il grande progetto, sul quale anch’io sono impegnato in prima persona, è quello di porre una tassa molto piccola su chi specula, su chi gioca. In Italia chi gioca al lotto contribuisce alle entrate dello Stato. Perché a livello mondiale non si deve fare? Si raccoglierebbero, con un tasso del 5 per diecimila, 200 miliardi di dollari in un anno. Pensate che per risolvere il problema della scolarizzazione primaria nel mondo bastano 30 miliardi. Questa è la grande questione di civiltà di questi giorni: riequilibrare il peso fiscale, cioè il mondo della finanza e quello dell’economia reale.

La soluzione, più in generale, è che non possiamo più ragionare ad una sola dimensione, cioè crescere e basta, ma dobbiamo risolvere tre problemi insieme: quello della felicità, quello della povertà e quello dell’ambiente. E per farlo abbiano bisogno di imprese che sono a tre dimensioni, campioni che sono in grado di creare potere economico in modo però ambientalmente e socialmente sostenibile. Questo è ciò di cui abbiamo bisogno e ci sono molti esempi e tante possibilità.

Qui entra in gioco l’enciclica Caritas in veritate, che con altri economisti abbiamo contribuito a creare come ambiente culturale, di sfondo: cosa ha di diverso? L’enciclica parla del futuro dell’economia, che già c’è ma non è ancora compiuto. Ci dice chi siamo noi come persone (fondamento antropologico); ci dice poi una cosa molto importante: oggi nell’economia c’è un principio di cambiamento molto forte, è l’alleanza tra nuove imprese, pioniere, che si occupano anche di problemi sociali, non solo economici, e cittadini responsabili. I cittadini responsabili con le loro scelte di consumo e di risparmio, con il loro voto nel portafoglio, premiano le imprese pioniere. Si creano mercati per i prodotti che hanno contenuti anche etici, valoriali, e questo stimola e spinge le altre imprese a fare altrettanto.

Vivo da dieci anni l’esempio di Banca etica, che ha deciso di raccogliere soldi solo per finanziare progetti che hanno alto valore sociale ed ambientale. L’obiettivo è quindi quello del bene comune, di non fare tanti profitti e utili. Ed è successo un miracolo, perché oggi la gente dà soldi a Banca etica al contrario del Conto Arancio, anche chiedendo in cambio interessi bassissimi, per il piacere di mettere in circolo questi soldi per finanziare progetti di alto valore etico. Si è scoperto, con queste imprese pioniere, che tra la donazione pura e il voler fare il massimo guadagno possibile ad ogni costo, c’è tutta una fascia di cose in mezzo che sono quelle del consumo e del guadagno responsabile. Quindi i nuovi ingredienti sono dono, gratuità, e responsabilità sociale. L’alleanza tra imprese pioniere e cittadini responsabili è importante, perché crea contagio e imitazione: dopo la nascita di Banca etica, anche le altre banche hanno scoperto di poter fare etica, di riconquistarsi i risparmiatori che si era presi Banca etica, e allora c’è stata la riconversione all’etica di tutto il credito cooperativo, la nascita di Banca Prossima, di tutta una serie di banche che tradizionalmente avevano quella storia sono riandate in altra direzione. Lo stesso è successo nel campo dell’economia: conoscete i prodotti del Commercio equo e solidale, nato così, come opera di volontari, con vendite nelle parrocchie: in Inghilterra oggi il 25% delle banane è quello del Commercio equo e solidale, perché alla fine questa economia è cresciuta e i grandi attori sono stati contagiati; le più grandi catene di supermercati inglesi vendono solo banane del Commercio equo e solidale, che cioè promuovono l’inclusione dei produttori e alzano il loro reddito.

L’enciclica parla di questo: intanto esalta molto la società civile, dice che non c’è solo lo stato e il mercato, ma c’è anche la società civile. Non c’è solo il privato e il pubblico, c’è anche la società civile. Sempre di più lo stato che è in difficoltà appalta servizi pubblici ad associazioni ed organizzazioni che sono sul territorio, che sono vicine al problema e hanno motivazioni intrinseche forti; semmai il problema è che lo stato appalta dando sempre meno soldi perché non ha risorse e scarica precarietà sulle organizzazioni della società civile mettendole in difficoltà e in crisi, non consentendo di assumere lavoro stabile. Però che la forza e l’energia della società civile sia importante l’hanno scoperto tutti, dalla sinistra alla destra. Sapete che Cameron in Inghilterra, che si trova a dover tagliare pesantemente, non fa altro che parlare della new society, cioè della società civile.

Quello di importante che fa l’enciclica è superare i riduzionismi, cioè una visione angusta della persona e dell’impresa: ci hanno sempre raccontato che l’impresa nasce solo per fare il più utili possibili, che le persone magari sono buone a casa, ma quando vanno sul mercato sono spregiudicate, vogliono guadagnare il più possibile, comprare la cosa che costa di meno: il cosiddetto homo oeconomicus.

L’enciclica ci parla di un mondo diverso. Ci dice che l’impresa si crea non solo per spiriti animali (in senso buono, quelli che Keynes definiva gli spiriti imprenditoriali), ma anche per spiriti solidali: cioè ci sono sempre più imprese che si pongono obiettivi, etici, di responsabilità sociale; pensate al microcredito, al Commercio equo e solidale, alle Banche etiche, ai Fondi etici, alle cooperative sociali, che non hanno come unico obiettivo di rendere felici gli azionisti. Questa è un’economia diversa, di imprese che si pongono l’obiettivo di fare anche del bene a livello sociale, non solo di creare valore economico, ma di farlo in maniera socialmente ed ambientalmente sostenibile, cioè si pongono direttamente il problema del benessere di tutti i portatori di interesse, dei consumatori, dei risparmiatori, dei lavoratori.

L’altro problema è il riduzionismo nella concezione di persona. Perché? Cosa dimostra che le persone sono diverse? L’enciclica insiste molto su cosa è l’uomo … Caritas in veritate, cosa c’entra la verità con la carità? C’entra, perché dice il Papa: se voglio capire cosa vuol dire la carità, cioè fare bene agli altri, devo avere una concezione della persona, sapere cos’è l’uomo, per potere fargli del bene; se sbaglio la concezione, invece di fargli bene gli faccio male, faccio assistenzialismo, creo una dipendenza, una sudditanza.

La Caritas in veritate dice il fondamento antropologico dell’uomo, che è a immagine di Dio, che è dono, che è relazione, che si realizza donandosi, si arricchisce nella relazione, e allora fare del bene a un povero non vuol dire dargli l’elemosina e farlo dipendere a vita dai nostri soldi, ma vuol dire dargli dignità, dignificarlo, dargli un’occasione per assumere dei diritti e dei doveri, per rendersi utile nella società, come noi vogliamo renderci utili. E questo ispira il nuovo concetto di carità: il povero non è una specie di animale domestico, che dobbiamo consolare, che ci piace quasi che rimanga così: il povero è una persona a cui dare dignità e un’occasione, un’opportunità di inclusione.

Il Commercio equo e solidale fa questo: non dà elemosina, ma dice che vuole investire, aiutare a produrre, a fare meglio i prodotti, a esportare, aiutare a uscire dalla marginalità, aiutare a far studiare i figli; lo stesso per il microcredito: so che non hai risorse, né soldi in banca né garanzie, quindi ti do un’occasione di avere un prestito senza garanzie, ma tu devi avere un progetto e un’idea per renderti utile in questa società. Questo è il nuovo concetto di persona, ciò che va contro il riduzionismo della persona e delle imprese; tutto questo richiede la collaborazione dei cittadini, che devono votare con il consumo e con il risparmio. Da qui l’importanza delle imprese not for profit, che non vuol dire che uno non debba fare profitto, ma che il profitto non è l’unico obiettivo; sono cioè imprese che non vivono solo per massimizzare il profitto costi quel che costi a scapito di tutto il resto, ma hanno un obiettivo più generale.

Ecco che, dice il Papa, ci vogliono nell’economia forme di attività economica caratterizzate da gratuità e comunione. Il binomio esclusivo mercato‐Stato corrode la socialità, mentre le forme economiche solidali, che trovano il loro terreno migliore nella società civile senza ridursi ad essa, creano socialità.

Una cosa importantissima: l’economia civile crea valore economico, ma produce anche valori. Produce senso civico, volontariato, passioni civili. Questa è la grande vocazione di questo tipo di economia. Ecco allora la nascita di fondi e banche che si pongono obiettivi etici, che votano con il portafoglio: non investono in qualunque impresa, ma con i soldi dei risparmiatori e sotto la richiesta dei risparmiatori premiano quelle imprese che sono all’avanguardia nella creazione di valore sociale ed ambientale. Oggi la grande sfida è di tutte quelle istituzioni che hanno obiettivi etici e poi gestiscono il portafoglio in modo diverso. La sfida oggi è con i sindacati, con le Fondazioni: pensate che senso ha un sindacato che si batte per migliorare le condizioni dei lavoratori e poi magari investe i fondi pensione in un’azienda che è la peggiore nel modo di gestire il lavoro. Capite che è una contraddizione in termini. E’ evidente che andremo sempre più in questa direzione.

Per farvi capire quanto questa economia della responsabilità sociale sta crescendo vi offro alcuni dati sul microcredito: oggi si raggiungono in questo modo più di 155 milioni di clienti nel mondo, 80% sono donne, con un miliardo e mezzo di clienti potenziali. Sono nate più di 10000 imprese che fanno questo, che hanno un obiettivo etico e sociale.

Creatività dal basso: c’è qui la sintesi del voto con il portafoglio, che si sta diffondendo. Perché il ruolo del portafoglio è importante e si sta diffondendo? Perché ieri c’era solo il voto: oggi c’è anche la possibilità di scegliere cosa si consuma e cosa si risparmia. Perché un cittadino dovrebbe farlo? Per altruismo? Saremmo spacciati, perché gli altruisti sono pochi, purtroppo. Lo fa semplicemente per autointeresse lungimirante, perché ha capito che scegliere il prodotto di un’impresa più attenta all’ambiente vuol dire tutelare la propria salute, vuol dire ridurre l’inquinamento, votare per quelle imprese che promuovono questi valori e quindi aiutare il sistema a cambiare; ha capito anche che comperare il prodotto di un’impresa che tratta meglio il lavoro significa difendere anche se stesso come lavoratore. Comperare un prodotto equo e solidale vuol dire premiare quelle imprese che migliorano il più rapidamente possibile le condizioni di lavoro degli ultimi; perché il problema della globalizzazione è che finché esisteranno eserciti di diseredati disposti a lavorare a salari bassissimi è chiaro che le tutele del welfare del nostro paese non saranno al sicuro. E non è un problema di far venire o meno gli immigrati, perché sono le imprese che si spostano: oggi la globalizzazione ci rende sempre più interdipendenti e ci impone di risolvere i problemi degli altri se vogliamo risolvere i nostri. Lavoro moltissimo con alcuni progetti in Kenia, dove, nelle bidonvilles di Nairobi, si vive con 2 dollari al giorno. Queste persone lavorano nelle serre a cielo aperto, e tutti i nostri fiori vengono da Kenia e Tanzania, perché lì gli operai si possono pagare 20 euro al mese e non si può quindi competere con un prezzo del lavoro da noi che è cento volte più alto.

Oggi c’è bisogno quindi anche dell’incontro tra due povertà. La novità, l’energia del mondo è quando i poveri di senso, che saremmo noi, i poveri di relazioni, di capacità relazionale del mondo occidentale, si incontrano con i poveri del bisogno. Il povero di senso può risolvere il suo problema solo incontrando il povero del bisogno. Insieme costruiscono qualcosa di diverso che supera i bisogni dell’uno e dell’altro. Lì oggi c’è il grande cambiamento.

Il voto nel portafoglio non è una mia fantasia, ma lo dice Benedetto XVI: è necessario un effettivo cambiamento di mentalità che ci induca ad adottare nuovi stili di vita, ‘‘nei quali la ricerca del vero, del bello e del buono e la comunione con gli altri uomini per una crescita comune siano gli elementi che determinano le scelte dei consumi, dei risparmi e degli investimenti’’.

Quando il mondo fa passi avanti? quando c’è una incarnazione, quando l’ideale entra nel reale, e finora nell’economia non era così: abbiamo la Dottrina sociale che ci dice che dobbiamo amare i poveri e aiutare gli ultimi, ma poi resta lì, poi c’è il business as usual, il mondo senza scrupoli degli affari: due mondi separati. E’ solo quando l’ideale entra nella piazza del mercato, si sporca le mani e si compromette che le cose cambiano. E’ lì che con i pionieri, con l’economia con il portafoglio, si comincia a cambiare. E’ bene che le persone si rendano conto che acquistare è sempre un atto morale, oltre che economico.

C’è dunque una precisa responsabilità sociale del consumatore, che si accompagna alla responsabilità sociale dell’impresa. I consumatori vanno continuamente educati al ruolo che quotidianamente esercitano e che essi possono svolgere nel rispetto dei principi morali, senza sminuire la razionalità economica intrinseca all’atto dell’acquistare. L’enciclica parla anche del Commercio equo e solidale, e anche molto interessanti sono i riconoscimenti del Parlamento europeo, della FAO, che dice che questa è una delle strade migliori per gli agricoltori poveri del Sud del mondo per poter crescere. Questo vale anche per noi: oggi se si vuol vendere un prodotto agricolo senza fare la fame bisogna dargli una storia, un contenuto, non deve essere una materia prima, si deve dargli una denominazione di origine controllata, bisogna mettere dei simboli dentro i prodotti; ormai non si vendono più prodotti ma simboli, valori, quindi certificare questo prodotto all’interno di questa filiera aiuta a creare valore.

Volevo adesso arrivare ad una serie di ricette di politica per l’Italia. Cosa si può fare per far crescere questo modello di economia e cosa possiamo fare per risolvere i problemi, sia internazionali che da noi?

Vedo come prima cosa, per la realizzazione del bene comune, come nodo fondamentale oggi, le regole degli appalti. Se lo stato fa appalti al massimo ribasso, favorisce la criminalità organizzata, perché quelle sono le imprese che hanno i costi più bassi. Ho colleghi che dicono che tutte le volte le imprese che vincono al massimo ribasso fanno sempre lo stesso gioco: si aggiudicano l’appalto, e quando arrivano a metà dicono di non avere più soldi per proseguire e lo stato deve intervenire. Quello che conta veramente oggi è la reputazione: se non ti conosco voglio vedere la tua storia d’impresa, la tua reputazione, voglio anche dare dei punteggi per il valore sociale ed ambientale per quello che fai.

Un’altra regola importantissima è la tracciabilità sociale ed ambientale dei prodotti: vogliamo sapere come consumatori, per poter votare con il portafoglio, qual è il valore sociale ed ambientale del prodotto che un’impresa ci vende, perché vogliamo premiare quei prodotti più sensibili al sociale e all’ambiente, e per farlo dobbiamo essere più informati, molto più di quanto lo siamo oggi. Sapete ad esempio, che Coldiretti ha lanciato un programma per la tracciabilità.

Vogliamo un rating sociale delle imprese, cioè degli enti terzi che valutino e giudichino la qualità sociale ed ambientale delle imprese; sapete che la Lehman Brothers, la grande banca d’affari americana che è crollata e fallita, secondo il rating delle agenzie finanziarie era perfetta; peccato che le agenzie di rating sociale dicevano da anni che non era perfetta, ma che aveva delle grandi debolezze nella qualità del prodotto (non parliamo della bontà) e nella corporate governance. Ebbene il mercato si è accorto di questo troppo tardi: il giorno in cui Lehman è fallita tutte le altre società che avevano le stesse debolezze sono crollate in Borsa. Se il mercato desse un po’ più retta a queste agenzie che guardano alla qualità sociale ed ambientale delle imprese e attraverso queste capiscono anche la loro rischiosità, sarebbe un’informazione importante per tutti.

Un elemento chiave, come dicevamo prima, è la tassa sulle transazioni finanziarie, perché questo ci consente di evitare una cosa gravissima che succede oggi: fallisce una banca, lo stato deve salvarla, le finanze pubbliche si aggravano e paghiamo noi. Con un esempio un po’ crudo, è come un ragazzo tossicodipendente che ha due genitori pensionati, poveri, gli ruba tutti i soldi e poi li picchia dicendogli che sono spendaccioni e sprecano i soldi. Tutto questo non è possibile e dobbiamo correre ai ripari; molti deputati mi hanno chiesto di fare una proposta di legge per mettere una tassa sulle banche: questo non c’entra niente, perché le banche italiane sono tra le migliori, perché tra l’altro speculavano di meno e lavoravano più con i clienti, hanno fatto pochissimi profitti, e se mettiamo un’altra tassa sui profitti delle banche come prima cosa non ne caviamo una lira, e poi puniamo le banche. Pensate ad un dato impressionante: oggi il 60% delle operazioni in borsa sono operazioni fatte da computer, da algoritmi automatici, quindi la gente non sa cosa succede a breve termine. Ci sono movimenti, nei giorni in cui ci sono poche informazioni, che non hanno senso, dipendono solo dall’interazione tra questi computer, e i giornalisti economici lo sanno benissimo. Dobbiamo quindi perlomeno tassare chi gioca.

Avrete capito che sono molto appassionato del modello tedesco perché è un paese con un’etica e una solidità, è un paese non fatto di homines oeconomici, ma di persone vere: pensate cosa succederebbe (come grande impulso all’economia, e credo molto nella rivoluzione verde ‐ green jobs) se adottassimo le regole di efficienza energetica degli appartamenti tedeschi, che sono molto alte, e ci costringerebbero a ristrutturare tutti i nostri appartamenti; un effetto keynesiano sull’economia impressionante, una quantità di lavori ad alta intensità di manodopera darebbero un grande impulso all’economia; oggi un grande impulso alla crescita economica può venire da una regolamentazione che ci rende le regole sull’ambiente più severe e quindi ci aiuta nello stesso tempo a risparmiare e ad inquinare di meno.

Spero che il federalismo ci aiuti a creare un incentivo per livellare l’efficienza delle pubbliche amministrazioni sui livelli più alti. Voi sapete che c’è questa tecnica dei costi standard, che si cerca nella sanità di parametrare tutto quello che lo stato paga per ogni tipo di prestazione standard sul livello delle regioni più efficienti, e c’è la speranza che le altre regioni possano essere costrette ad arrivare ad un livello di efficienza migliore. Questa è la versione migliore del federalismo.

C’è bisogno di diminuire le tasse sul lavoro, perché in Italia sta succedendo in piccolo quello che è successo negli Stati Uniti: l’Italia si è salvata sui mercati internazionali, abbiamo tenuto le quote di export, la nostra industria funziona bene, esporta bene, adesso è andata in crisi perché la domanda mondiale è crollata, ma la cosa interessante è che le nostre esportazioni sono ridotte in quantità ma sono aumentate in valore; vuol dire che abbiamo risalito la qualità: cioè esportiamo meno in quantità fisica ma molto di più in valore, quindi facciamo prodotti di qualità migliore. La debolezza dell’economia italiana però è nella domanda interna, che è crollata. Il PIL non cresce da dieci anni, la quota di reddito che va al lavoro si è ridotta di dieci punti percentuali; il reddito delle famiglie stagna e si riduce. E senza i consumi della classe media l’economia non riparte, rischiamo di fare la fine degli Stati Uniti. Per fortuna le banche non ci fanno indebitare come lì, quindi il rischio non c’è, però tutto è bloccato e fermo. E’ fondamentale far ripartire i redditi delle famiglie e un’ipotesi è ridurre le tasse sul lavoro.

Altra cosa importante è riuscire ad andare verso relazioni sindacali migliori; l’unico paese che ha vinto la sfida della globalizzazione, che è riuscito a mantenere anche le manifatture di prodotti dove il costo del lavoro conta molto e dove la competizione con i paesi poveri è più forte, è la Germania, che ha fatto grossi miglioramenti nella tecnologia e ha un sistema di relazioni sindacali virtuose nelle grandi aziende.

Voglio tornare alla domanda soprattutto rispetto alla parte iniziale, quando parlavo di voto nel portafoglio, di consumatori responsabili; la gente mi dice che sono un utopico, ma uno dei nostri compiti è di guardare avanti, non solo di guardare all’esistente, ma di spostare avanti l’asticella; in un convegno recente si parlava di don Lorenzo Milani, ed è impressionante vedere che il lavoro di profezia che lui faceva negli anni ‘50 (e allora sembravano cose stratosferiche) è su due temi che oggi sono normali: la scolarizzazione infantile primaria, nel paese di Barbiana, con i ragazzi tolti al lavoro minorile per farli studiare, e l’obiezione al servizio militare. Oggi il servizio civile è normale, e vedete quindi che l’umanità avanza, ma noi dobbiamo spingere l’asticella più avanti, dobbiamo essere esigenti, guardare lontano, guardare a cose che sono già ma non ancora.

Concludo con questa frase con cui termina la Populorum progressio: «Certuni giudicheranno utopistiche siffatte speranze. Potrebbe darsi che il loro realismo pecchi per difetto, e che essi non abbiano percepito il dinamismo d’un mondo che vuol vivere più fraternamente, e che, malgrado le sue ignoranze, i suoi errori, e anche i suoi peccati, le sue ricadute nella barbarie e le sue lunghe divagazioni fuori della via della salvezza, si avvicina lentamente, anche senza rendersene conto, al suo Creatore».

Risposte ad alcuni interventi

Mons. Angelo Riva

Come avete compreso la qualità del relatore è di lignaggio molto alto, nella ampiezza delle vedute ma anche nella concretezza delle soluzioni.

Sentivo oggi che è oramai pronta la seconda versione del film Wall Street con Michael Douglas, che era stato a suo tempo quasi un manifesto della new economy, di questa economia finanziaria senza scrupoli, così totalmente scriteriata, al famoso grido “l’avidità è buona”. Adesso c’è questa seconda parte del film e riappare questo protagonista piuttosto ardito del mondo finanziario, ma con delle valenze etiche; ho dapprima pensato che anche questo film andava dietro all’onda, visto che il cinema è uno specchio della realtà e quindi si modula in questa direzione. Ma, pensavo, non sarà un’illusione o un’utopia il tentativo di dare un contenuto etico, sociale, relazionale ai meccanismi dell’economia di mercato e finanziaria? Ma quanto ci ha detto il professore questa sera ci ha aiutato a capire che non è un’utopia. Vi sono passi concreti, della politica, ma anche del singolo cittadino (questo voto nel portafoglio, un’idea da sottolineare in maniera molto forte) e passi anche della società civile e delle imprese che possono svolgere questo ruolo di traino e di contagio.

Se non sbaglio la Caritas in veritate usa la parola ibridazione, dove l’economia sociale e civile ha anche questo compito di ibridare il privato classico e il pubblico classico. Ci troviamo di fronte ad una proposta che cessa di essere una pia esortazione o un’utopia ben congegnata, ma si incarna. Perché noi abbiamo bisogno di idee, altrimenti ci appiattiamo, ma se le idee non si incarnano rimangono puri ideali. Ringrazio proprio il professore per come ci ha aiutato in questo cammino.

Mi è piaciuto pensare che la felicità è quello che ci tiene in alto, che non è altro, ma è una componente molto importante anche della nostra economia. Per quanto riguarda invece il bello dell’economia, con un po’ di orgoglio devo dire che nel nostro paese piccolo di Morbegno nel ‘78 abbiamo cominciato il Commercio equo e solidale, con le prime importazioni dal Bangladesh, e poi abbiamo fatto anche il microcredito, iniziando più di dieci anni fa, ovviamente all’estero perché allora l’Italia stava bene. Lei non crede che ci sia una dicotomia tra quello che hanno fatto i nostri legislatori, i nostri rappresentanti al governo e quello che fa la gente comune, che lavora e si dà da fare in questo campo?

Mi veniva in mente un’antropologa, Mary Douglas, che dice che possiamo scegliere due modelli: persone senza relazioni che comprano cose oppure, attraverso i nostri acquisti, gettare dei ponti nei confronti di altri paesi e quando lo facciamo questo ci rende felici. E’ bella questa idea, perché poi magari la gente accetta anche di pagare di più, o accetta dei rendimenti più bassi: quando facciamo le emissioni obbligazionarie con Banca etica per finanziare il microcredito, viene accettato il tasso zero, perché scambiano un minor rendimento con una gratificazione che del sapere che il loro denaro va a finanziare qualcosa di importante. Ed è molto più importante della donazione, perché l’elemosina non crea inclusione sociale, non modifica le condizioni di mercato, non promuove il benessere degli ultimi. E’ questo il punto chiave, questo è il punto dell’incarnazione.

Che cosa fa il governo? Il problema è che il governo risponde agli elettori, e i poveri del Sud del mondo non sono elettori. Ogni volta che il governo deve tagliare qualcosa lo fa sugli aiuti allo sviluppo. Quello che il governo può fare qualche volta è riconoscere il valore sociale di alcune attività. Da questo punto di vista dobbiamo dare atto che Tremonti ha riconosciuto lo status di cooperative di tipo A alle Botteghe di commercio equo e solidale, che potevano cioè avere un regime fiscale preferenziale in virtù del valore sociale di quello che facevano (educazione alla mondialità). Quindi questo è un po’ lo scarto che esiste, oltre al fatto che dovete pensare che i governi sono spesso autoreferenziali e i politici hanno il terrore di non essere rieletti, che diventa la loro preoccupazione principale. Se io fossi un politico direi che non voglio essere rieletto, e a quel punto si è liberi.

Mi è piaciuta la sinteticità. Come sarebbe bello avere quella tassa che potrebbe risolvere tanti problemi a livello mondiale e frenare queste speculazioni e crisi finanziarie. Ma chi potrebbe avere a livello mondiale la governance di imporla e di fare le verifiche?

Per la Tobin Tax non ci sono problemi tecnici. Esiste già in 23 paesi: tasse sulle transazioni finanziarie, molto piccole, ci sono in tutti i paesi del mondo per finanziare le Borse. Basta applicare quelle tasse e alzarle. Come si può realizzare? Ci vuole un’area abbastanza vasta per realizzarla, se non il mondo, almeno l’Europa, e oggi l’Europa sta ragionando sull’imporla nei mercati finanziari dell’Unione europea, senza aspettare che altri paesi lo facciano. Dato che è molto piccola, 5 per 10.000, pare che non ci sarebbe uno spostamento oceanico di transazioni da una parte all’altra del mondo. È chiaro che non basta un solo paese per applicarla. Ci sono tante ipotesi sul come usarla, ad esempio io sostengo che la si può usare per il microcredito, oppure, come sostiene un altro economista, Paolo Leon, se la usassimo in Italia, avremmo risorse pari all’1,5 % del PIL da poter usare ad esempio per l’istruzione.

Può spiegare questa predica continuamente diffusa da parte del nostro ministro dell’economia per quanto concerne l’economia sociale di mercato? Perché leggendo quello che scrive e osservando quello che fa c’è una contraddizione enorme, compreso il fatto che nell’esposizione delle sue tesi è anche abbastanza contradditorio e confuso. La seconda domanda: viene richiesta la cosiddetta Tobin Tax, che è la tassa sulle transazioni finanziarie, osteggiata da sempre, e non capisco il perché, se non per una difesa pura e semplice della speculazione. Perché nell’esercizio della Dottrina sociale della Chiesa di questo problema si è parlato pochissimo? Forse perché anche in alto ci si gioca bene nello speculare?

L’economia sociale e di mercato: oggi è anche un po’ strumentale, perché dato che lo stato non ce la fa più, appalta e delega, e la sussidiarietà oggi non è più una virtù, ma una necessità. Il problema è quanti soldi lo stato dà nella delega, ed ecco perché spesso si criticano le cooperative perché hanno i precari e maltrattano i lavoratori, ma se lo stato dà due lire, come si può trattarli bene? Perciò una delle proposte che ho fatto sono le regole degli appalti. Valorizziamo queste energie forti della società civile, la forza del volontario, che ha una passione intrinseca, che lavora per nulla, che ha passione ideale. Noi abbiamo il paradosso opposto: inventiamo campi di lavoro in Perù, in Kenya per sostenere e la gente paga per venire. Pensate alla differenza tra il lavoratore che prende lo stipendio e non gli va di lavorare e chi presta lavoro senza guadagnare e addirittura paga per andare a lavorare in questi posti. La motivazione intrinseca è quindi una molla eccezionale che tutti vorrebbero sfruttare. Il problema è che non si può strumentalizzare. Le motivazioni intrinseche o ci sono o non ci sono: ecco perché talvolta l’etica aziendale non funziona, perché se è strumentale non si può dire di averla e poi comportarsi in modo diverso con le persone; una cosa bella di Banca etica è che c’è molta gente disposta a lavorare per essa, per il suo ideale, fanno incontri, ci credono.

A metà degli anni ’80 lo slogan di moda era: privato è bello! Ma l’era dello stato imprenditore aveva prodotto una sorta di impresa ”solidale”, nel senso che anche le persone meno dotate erano comunque impiegate. Pensa che quel modello fosse così negativo? Non sarebbe possibile reintrodurre, con correttivi indicati nell’enciclica, quel modello?

Qual è il problema? L’enciclica parla di stato, mercato, e società civile: si tratta di un terzo, non è la vecchia esperienza di stato di prima, il cui limite è stata la crescita a dismisura del debito pubblico, è stata la banca pubblica che prestava agli amici dei politici; il rischio delle cose di stato è che cadono sotto la cattura della politica. Oggi dovete preoccuparvi, nelle banche piccole, sul territorio, se vedete che c’è troppa politica nella banca, perché incominciano i pericoli: i soldi agli amici ecc. Quel modello bancario è crollato, è fallito. Banca etica è una cosa diversa: io la chiamo banca sociale di mercato, perché non ha preso una lira dallo stato, non vuole denaro dallo stato ma la fiducia dei cittadini, dei consumatori e dei risparmiatori, e si sottopone alla disciplina del mercato: se fa male i risparmiatori non gli danno i soldi. Questa è la dura disciplina a cui si sono sottoposti i pionieri. Se poi lo stato riconosce il valore di quello che uno fa e ci dà una mano va bene, e questo non vuol dire che lo stato si debba ritirare: lo stato può avanzare ma dipende dalle risorse che ha. Se continuano ad esserci crisi finanziarie e il debito aumenta, e non mettiamo la Tobin Tax, lo stato dovrà ritirarsi sempre di più. Le risorse sono quelle, non si può fare altro, quindi dobbiamo intervenire alla radice del problema.

Il passaggio dall’utopia all’illusione: faccio parte di un’associazione che si occupa di questi temi a vario titolo da parecchio tempo. Quanto ha detto lei oggi anni fa forse sarebbe stato accolto con sufficienza, mentre oggi sono idee di grande attualità, e questo è un segno di avanzamento dall’utopia, di progresso. Ma non c’è anche un pericolo di illusione? Riflettendo sui cambiamenti in atto non mi sembra che l’economia stia interiorizzando concetti etici, piuttosto che abbiamo una grande occasione per inoculare questi concetti, ma che fondamentalmente il capitalismo si stia autorigenerando.

Questa questione è importante: il mio punto forte, e per questo insisto sul voto con il portafoglio, non è l’impresa socialmente responsabile; l’impresa socialmente responsabile è l’effetto del voto con il portafoglio. Non esiste se noi non vogliamo, e questo è il punto chiave. Nessuno crede che le imprese oggi facciano i bilanci sociali perché hanno avuto un impeto di bontà: lo fanno sotto la pressione dei cittadini. Quindi è la vera forza che abbiamo scoperto e dobbiamo usare. E’ il già e non ancora: il già sono le realizzazioni che abbiamo, piccole e limitate, il non ancora è il potenziale, che è molto di più. Se domani il 60% dei cittadini si svegliasse e votasse con il portafoglio, l’economia è quella che facciamo noi. Non c’è altro. L’economia sono i consumi, le scelte dei risparmiatori. Il problema è la capacità nostra: riusciremo a usare questa forza? Nella direzione tra l’altro che interessa a noi, perché stiamo facendo qualcosa che interessa a noi, non a qualcun altro. Cerco di spingere le persone ad andare in questa direzione e vedremo come. Vedo che la gente usa sempre più il mercato per soddisfare dei bisogni sempre più complessi. Non si sa come andrà a finire, è una questione aperta, ma l’importante è aver scoperto la strada. Il mondo non cambia con il voto politico, anche se serve andare a votare, questo invece lo cambia il mondo, perché per il voto politico serve la maggioranza, mentre per il voto nel portafoglio basta anche solo il 2 o il 3%, perché basta materializzare una quota di mercato anche piccola che le imprese si buttano su quella quota di mercato. Il nostro voto quindi è molto efficace. Usiamolo, ma non in negativo, non si vota per punire, ma per premiare e usiamolo per premiare e incentivare quelle imprese che sono più efficienti a tre dimensioni: creazione di valore economico, sociale e ambientale. Premiamole e l’economia cambierà.

Un esempio: lavoravo in Svizzera, avevo una vita abbastanza agiata, poi ho scelto di andare a lavorare a Milano, perché ci tengo al mio paese, ma guadagnando molto meno e con un affitto molto più elevato da pagare. Ho dovuto scegliere il male minore, tra lavorare in nero oltre il lavoro o affittare in nero. Ho scelto questa seconda strada. E’ possibile che nello stato non ci sia un ente che si impegni a controllare questo? Una persona che lavora per lo stato deve rubare allo stato per poter sopravvivere? È una contraddizione.

Torniamo al discorso di prima: la ricchezza delle famiglie si è ridotta sempre più, la quota del PIL che è andata ai salari si è ridotta del 10%, e questo spiega la perdita di potere d’acquisto dei salari rispetto al costo della vita. Non è sufficiente fare una legge per dire cosa è giusto e cosa è sbagliato, perché molto dipende anche dalle condizioni economiche. Una norma può essere rispettata se esistono le condizioni economiche per rispettarla, quindi il vero lavoro etico non è nel proibire, ma è nel creare le condizioni affinché lo si possa fare. C’è poi il problema del recupero dell’evasione delle tasse, e c’è una lunga serie di problemi, come il problema dell’efficienza ecc.

Dobbiamo capire perché lo stato si è impoverito in Italia: un po’ perché i soldi sono stati sprecati, un po’ perché il paese si è fermato, e un po’ anche perché le famiglie si sono impoverite ancora di più dello stato. Ci sono una serie di strade per uscire da questa situazione. Perché è importante il voto col portafoglio nel sociale? Perché ci lamentiamo che le imprese trattano male il lavoro, ma se poi, quando andiamo a consumare, non premiamo quelle imprese che gestiscono meglio il lavoro, allora non stiamo usando le nostre forze per raggiungere l’obiettivo che vogliamo raggiungere. E questa è la cosa importante: riuscire a collegare il nostro interesse di lavoratori con quello di consumatore, e l’enciclica parla in un passaggio molto bello del rapporto tra consumatore e lavoratore.

Noi nell’economia siamo due cose, strumentalmente: siamo consumatori che comprano e lavoratori, ma quando facciamo una cosa non dobbiamo dimenticarci dell’altra, altrimenti ci danneggiamo.

Questo modello tedesco delle relazioni sindacali e imprenditoriali mi interessa. Inoltre la questione del rating e del controllo mi lascia qualche perplessità. Chi controlla chi? Se le società di rating sono controllate dai controllati la cosa non funziona, se sono controllate dalla politica funzionerebbe se la politica avesse dei poteri economici. Non rischia di essere un circolo vizioso da cui non si riesce ad uscire?

Per quanto riguarda il modello tedesco: lo stato c’era, ed ha investito in tecnologia e innovazione; questo aumenta la produttività del lavoratore e ha quindi consentito di aumentare la produttività, tanto da poter fronteggiare il fatto di avere dei costi del lavoro più bassi. Non è tutto delocalizzabile, ma ci sono dei fattori locali che contano molto. Ci sono però settori dove il costo del lavoro conta molto. Cosa può fronteggiare? La logistica, la qualità della produzione e anche la qualità delle relazioni sindacali, per cui quello che in Italia Marchionne ha cercato di imporre, in Germania è nato come accordo spontaneo tra sindacato e manodopera. I sindacati hanno capito che se volevano mantenere il lavoro dovevano aumentare l’orario e ridurre i salari. Quindi un insieme di buone relazioni tra sindacati e imprese, l’idea di sentirsi una squadra, un investimento in tecnologia che ha aumentato la produttività ha fatto sì che la Germania non delocalizza neanche le produzioni dove il costo del lavoro pesa molto.

Per quanto riguarda il rating, si tratta di un problema delicato: le società di rating non devono essere pubbliche ma private. Oggi per esempio il rating in campo finanziario, sociale, esiste, perché c’è una domanda molto forte. Un decimo dei soldi investiti negli Stati Uniti sono investiti in Fondi etici, cioè fondi che usano dei criteri di screening sui titoli, che portano a rifiutarne alcuni ed accettarne altri. Le società di rating nascono per rispondere ai bisogni dei consumatori: è una società autonoma ed indipendente che dà delle valutazioni e dei punteggi che poi i consumatori usano. La separazione tra società di rating e società giudicata è quindi fondamentale. In questo senso è bene che non ci siano monopoli. Il problema delle società di rating finanziario è che lì c’è un monopolio, anzi un oligopolio a tre, che sono più importanti dei governi e che sono colluse con le imprese. Si dovrebbe lasciare assolutamente private le società di rating e avere un’authority fatta da tutte le parti sociali che ne valuta l’operato.

La formazione del prezzo dei beni: abbiamo recentemente realizzato un progetto per valorizzare i prodotti locali, la filiera corta, cercando di far capire alla gente il valore intrinseco di un prodotto, e quando si coglie che c’è il valore si giustifica il prezzo. In questo modo si riesce ad intervenire sul mercato e a far emergere dei prodotti. Tuttavia mi piacerebbe non dover intervenire su meccanismi ‘drogati’ del prezzo per far cogliere il valore con sforzi enormi di certi prodotti, ma avere una economia che già rendesse conto nella formazione dei prezzi di quello che è il giusto prezzo di un prodotto. Un esempio concreto: facendo casa ho dovuto scegliere la copertura. La tegola in laterizio piuttosto che quella tolta dalla montagna sono paragonabili nel prezzo, ma dal punto di vista ambientale è evidente l’enorme disparità: uno sottrae per sempre un pezzo di montagna, l’altro invece realizza un manufatto andando a togliere dall’ambiente dei materiali in un certo senso inquinanti. Quindi intervenire nella formazione dei prezzi è il vero giocare ‘in serie A’ dell’economia.

Sono due cose molto importanti. Una prima: l’ambiente è una esternalità, non è automaticamente dentro il prezzo, e si può metterlo nel prezzo attraverso quella che oggi viene proposta come green consumption tax, cioè la proposta è di inserire nei prodotti delle tasse che sono proporzionali al costo ambientale del prodotto. Dovrebbe pesare molto di più sul prodotto che comporta una esternalità ambientale negativa maggiore; è diversa dalla tassa sulla produzione, perché questo rischia di mettere in difficoltà un paese rispetto ad un altro, perché se si tassa troppo un’impresa questa si sposta da un’altra parte (race to the bottom), e si perde lavoro, mentre la tassa sul consumo colpisce le tutte le imprese nello stesso modo, quando vogliono venire a vendere qui. Quindi la green consumption tax è l’unica possibilità.

Per quanto riguarda l’altro problema, innanzitutto c’è un problema di filiera, con il grande potere di mercato della grande distribuzione che si mangia una parte enorme del valore del prodotto. La risposta è la concorrenza dei Gruppi d’acquisto solidale, che è un’alleanza tra il consumatore finale e il produttore per competere contro la grande distribuzione e dividersi la rendita della grande distribuzione. C’è troppo potere monopolistico nella distribuzione. Oggi il Commercio equo e solidale ce l’abbiamo in casa, visto che i prezzi in agricoltura spesso sono tali da non rendere neanche conveniente produrre e il prezzo finale è altissimo. Perché i nostri prezzi non sono competitivi? Finché ci saranno persone in altri paesi, povere e disperate che possiamo pagare due lire, non saremo mai al sicuro, e quindi dobbiamo risolvere quel problema. In questo senso l’equo e solidale è importante, perché siamo noi che votiamo per il miglioramento delle condizioni di lavoro in quei paesi; il lavoro deve migliorare il più rapidamente possibile in quei paesi, perché vengano meno quelle condizioni. L’altra strada che lei suggeriva è di far capire alle persone il valore del prodotto locale.

Abbiamo sostenuto per anni il concetto di ‘meno stato più società’. Oggi stiamo arrivando a questo situazione per giocoforza, anche perché lo stato sta abdicando al suo ruolo. Uno degli elementi della grande debolezza del sistema Italia. Sono invece convinto dello slogan ‘più stato e più società’, nel senso che lo stato deve mantenere uno sorta di controllo davanti al sistema. Ma davanti alla politica debole, di fronte ad un pensiero politico debole, penso che gli elementi di crisi diventino fortissimi. Quando lei suggerisce il cambio delle regole negli appalti, ci sarebbe una cultura da affrontare davanti a dei limiti italiani pesantissimi: davanti al fatto che un’impresa che lavora nel settore pubblico fallisce, crea dei danni enormi, siamo in una situazione in cui gli stessi responsabili il giorno dopo fondano un’altra impresa che lavora con lo stesso soggetto. Quindi è problema del controllo. Mi piace poi il concetto che il denaro non fa la felicità, però averne un po’ in tasca ci permette di stare meglio e poter anche dedicare tempo ad altro: è il concetto legato alla Banca del tempo, che genera una rete di felicità e relazioni, perché non c’è solo un’economia virtuale, ma anche una felicità virtuale in persone che sono sempre più sole.

Per avere più stato ci vogliono più risorse; e per avere più risorse ci sono tre strade oggi: una è quella di cogliere l’occasione del federalismo se ci sarà, per livellare verso l’alto l’efficienza delle amministrazioni. Una delle cose più belle in Italia sono state le leggi elettorali nei comuni e il decentramento: avere esperimenti diversi per poi poterli confrontare ha permesso l’emergere delle migliori pratiche. L’altro punto è quello delle transazioni, e l’altro quello della lotta all’evasione. Bisogna però stare molto attenti, perché in Italia non c’è solo un’evasione fraudolenta, ma c’è anche un’evasione di sopravvivenza. Ci deve essere un impegno crescente contro l’evasione, dove però poi i proventi dell’evasione devono essere usati per abbassare il peso fiscale sulle persone. Questa dovrebbe essere la linea politica. Lo stato non è un aiuto, ma è un problema per le imprese, perché il problema più grave è quello del pagamento da parte dello stato. In un convegno discutevamo su quali province e comuni sarebbero stati lasciate fallire e quali no. Siamo a questo livello. I medio piccoli falliscono. Il problema del tempo e delle relazioni è centrale: dobbiamo capire che il tempo investito nelle relazioni è prezioso ed è un tempo guadagnato e non perso. Però ci vuole molta consapevolezza: il gioco delle relazioni è un gioco molto fragile, perché il successo della relazione non dipende solo da me, ma dal coordinamento con qualcun altro e quindi il risultato è molto più incerto e difficile e la posta in gioco molto più bella, e per questo forse la gente non ha la fiducia e la pazienza da investire nelle relazioni. Chiudo appunto con alcuni dati sulla metrica della felicità in Europa, che dicono che le relazioni sono molto più importanti dei soldi.

Mons. Angelo Riva

Due conclusioni: ringraziamo il professor Becchetti perché ci ha aiutato a concretizzare le nostre idee e le nostre riflessioni. Gli chiediamo di segnalarci una piccola bibliografia per l’approfondimento almeno sui ‘pionieri’ di questo cambiamento: Banca etica, micro credito e Commercio equo e solidale. È il trait d’union che ci manca tra il voto nel portafoglio e l’economia, l’impresa sociale.

Scarica la dispensa dell’incontro del prof. Leonardo Becchetti

 

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