Raccontare le Settimane Sociali – La relazione di Mauro Magatti e le sintesi dei tavoli di lavoro

Raccontare le Settimane Sociali: l’appuntamento di Cagliari è stato quasi una miniera di momenti o interventi interessanti e preziosi. Occorre tornarci e scavare. Dalla terza giornata la relazione di Mauro Magatti e qualche informazione sulle sintesi dei tavoli di lavoro sulle buone pratiche. 

“L’Italia è un Paese invecchiato, e invecchiato male”. E’ l’analisi del sociologo Mauro Magatti, segretario del Comitato scientifico e organizzatore delle Settimane sociali, che nella terza giornata della Settimana sociale ha affermato che in materia di lavoro l’Italia “si trova di fronte a un bivio: o cadere ancora di più nella spirale dello sfruttamento e delle disuguaglianze che sono il risultato di una società digitalizzata che pretende di controllare le attività di , o di andare verso un nuovo modello di sviluppo che metta al centro la creatività umana”. Per realizzare questo obiettivo, secondo Magatti, bisogna “navigare tra la Scilla di una società senza lavoro e la Cariddi di una società dove tutto è lavoro”.

“Dopo l’inverno viene la primavera. Lavoro degno e futuro dell’Italia” di Mauro Magatti, Segretario del Comitato Cagliari, 28 ottobre 2017

Oggi è il giorno dell’ascolto e della proposta. Già ieri nei tavoli si è cominciato a discutere. E Più tardi incontreremo le forze sociali e poi il governo e l’Europa. In questo percorso, il mio compito è quello di provare a raccogliere in un orizzonte comune i tanti spunti e rinvigorire, se possibile, il passo di tutti così da procedere nel cammino.

1. È solo il racconto della vicenda delle ultime tre generazioni vissute nel nostro paese che ci permette di inquadrare adeguatamente la situazione nella quale ci troviamo. La generazione del dopoguerra, quella di mio padre, ha lavorato con speranza e passione, creando una grande ricchezza diffusa per sè e i propri figli. Poi è arrivata la generazione del baby boom, quella di cui io faccio parte: nata insieme all’individualismo e al consumerismo, è cresciuta col benessere, venendo poi investita dal vento forte della globalizzazione neoliberista. A conti fatti, questa generazione lascia in eredità molti debiti e pochi figli. E così si arriva alla terza generazione, quella dei miei figli – i Millennials – che oggi hanno l’età per affacciarsi alla vita adulta, ma che sono spesso costretti alla scelta tra emigrare o stare in panchina. È nel quadro di questo percorso storico – nel quale è cambiato anche il modo di essere presenti nella società e nella politica dei Cattolici – che la questione del lavoro in Italia oggi deve essere posta.

2. Una tale situazione non si è creata per caso. Nella storia recente del nostro paese, c’è infatti un punto di svolta: sono gli anni 80, quando il debito pubblico raddoppiò – passando dal 60 al 120% del Pil – e come una idrovora si divorò la ricchezza accumulata nei decenni passati, compromettendo il futuro delle generazioni successive. In quel decennio, esaurita la spinta creativa del dopoguerra, invece di aprire una nuova stagione di sviluppo, l’Italia si è ripiegata su se stessa, adottando un modello antigenerativo – tutto schiacciato sull’io, il breve termine, il binomio consumo-rendita (sostenuto dal debito) – vera causa delle difficoltà di oggi. Un’idea sbagliata -che ha prodotto una cultura – da cui derivano molti dei mali che ben conosciamo: disuguaglianze e povertà; blocco della natalità e del ricambio generazionale; elites estrattive e corruzione endemica; perdita di peso del lavoro sulla ricchezza prodotta. Se vogliamo essere onesti, dobbiamo ammettere che da lì il paese non si è più ripreso. Come ha confermato la mostra che ha aperto le Settimane: l’Italia viene da una lunga stagione di declino (su cui ha poi inciso la grave crisi internazionale del 2008) il cui costo ricade soprattutto sulle spalle dei giovani, delle famiglie e delle donne. In una parola, potremmo dire che l’Italia è invecchiata. Ed è invecchiata male.

4. Da qualche tempo, finalmente, i dati parlano di ripresa. E questo è un bene perché respiriamo un pochino meglio Ma è bene non fraintendere: i benefici della ripresa raggiungono troppo lenta-mente e parzialmente la quotidianità di molte persone. Nel frattempo sono passati 10anni! La ragione è che la relazione tra aumento del PIL e condizioni di vita (mediata proprio dal lavoro) è oggi più labile che in passato: crescono i profitti, la produttività, le quotazioni di borsa, ma solo in misura modesta l’occupazione. La ricchezza rimane troppo concentrata e la crescita geograficamente troppo dif-forme: i salari sono stagnanti e buona parte del lavoro è precarizzata e sottopagata. Per molte famiglie, le cose non sono migliorate e le aspettative per il futuro rimangono fiacche.

La verità è che la crisi del 2008 ha cambiato le condizioni dello sviluppo: che ce ne rendiamo conto o no, siamo entrati in una nuova fase storica, con la quale dobbiamo ancora imparare a fare i conti.

5. Siamo sulla soglia di una trasformazione profonda. Negli ultimi vent’anni sono state poste solo le premesse della “società digitale”. Sappiamo già che una buona parte del ‘lavoro umano’ sarà sostituito dal ‘lavoro delle macchine”. Senza cedere al pessimismo, si può ragionevolmente ritenere che, mentre si distruggeranno, nasceranno nuovi lavori. Ma non dimentichiamo che, per le persone in carne e ossa, a contare saranno i modi e i tempi del processo di aggiustamento. Il rapporto tra vita e lavoro è destinato a essere rimodulato. Il lavoro del futuro, infatti, sarà meno vincolato a luoghi e tempi specifici: in un mondo in cui saremo connessi sempre e ovunque, cosa vorrà dire “lavorare”? Che cosa ne limiterà il tempo? E come si determinerà il salario”? Cosa vorranno dire libertà e creatività? Già oggi, col cosiddetto lavoro agile, si vanno diffondendo contratti che contemplano la possibilità di lavorare a casa. Una soluzione che può permettere una migliore compatibilità con la vita personale e famigliare, ma che -senza adeguate tutele – può al contrario favorire nuove forme di controllo e sfruttamento. Sinteticamente, il compito che ci aspetta è di navigare tra la Scilla della società senza lavoro (jobless society) e la Cariddi di una società del tutto lavoro (total job society) – quella in cui ogni nostra attività – di produzione, consumo, cura – potrà venire assoggettata a controllo e misurazione. Per evitare entrambi questi scogli è necessario impegnarsi per rendere la digitalizzazione una benedizione e non una maledizione. Ma non sarà un compito facile.

6. Per muoversi nella giusta direzione senza dimenticare chi soffre la prima cosa da fare è mettersi in ascolto per scorgere i germogli di una nuova primavera. Lo abbiamo fatto in questi mesi con Cercatori di lavoro e dobbiamo continuare a farlo, tornando a casa, nei mesi che verranno. Ma quali sono questi germogli? Che il tema della sostenibilità – nella sua accezione ampia: cioè ambientale e sociale – sia oggi imprescindibile lo hanno capito prima di tutto alcune imprese, quelle più dinamiche. La sostenibilità promuove un modello di sviluppo in cui valore economico e sociale sono ricongiunti in un’ottica di mediolungo periodo. Numerose ricerche dicono che le imprese di successo sono quelle che adottano una strategia centrata su qualità integrale della produzione; relazioni basate sulla fiducia e il reciproco riconoscimento con i dipendenti e la filiera dei fornitori; attenzione al territorio e all’ambiente. La logica dello sfruttamento invece (del lavoro, dei fornitori, dell’ambiente e del territorio, in una eterna lotta quotidiana su quantità e prezzo) non porta molto lontano.

Considerazioni analoghe valgono per i territori. A fiorire sono quelli capaci di mettersi insieme per fare squadra e creare sinergia, superando divisioni e lotte intestine. Le infrastrutture, la formazione, l’integrazione sociale, l’identità locale non sono costi ma investimenti. La stessa BCE ha di recente ammesso che le spese per sanità, educazione e infrastrutture “hanno effetti positivi sulla crescita a lungo termine, riducendo al tempo stesso la spesa improduttiva”.

In terzo luogo, oggi si riconosce che la motivazione è decisiva per armonizzare soddisfazione personale e successo d’impresa. Non solo, tra artigiani, professionisti, tecnici, manager, imprenditori – specie se donne – cresce la domanda di un lavoro associato a un senso. C’è voglia di qualche cosa di più: non solamente far funzionare macchine, servire un sistema efficiente, ma dare il proprio contributo, essere artefici del cambiamento di sé e della società, rispondere ai bisogni e risolvere i problemi mettendo in campo la propria intelligenza. Una domanda da ascoltare e sostenere. Perché questo è il desiderio umano che è mediato dal lavoro: poter esprimere la propria creatività personale prendendo parte al movimento generativo della vita.

Anche tra i consumatori cresce la consapevolezza del voto col portafoglio. Come un sasso nello stagno, ogni atto di acquisto produce conseguenze che arrivano molto lontano all’interno del sistema economico. Una consapevolezza che cresce orientando nuovi stili di vita e nuovi modi di produzione.

Tutto ciò è particolarmente vero per i giovani. Le ricerche dicono che le nuove generazioni giudicano positivamente l’economia di mercato ma chiedono che sia regolata e messa al riparo dai suoi eccessi. Molto sensibili nei confronti della questione ambientale, i ragazzi sanno che sarà la loro generazione a sopportare i costi di una colpevole inazione. Inoltre, le nuove generazioni ambiscono a costruire un equilibrio migliore tra vita e lavoro, dove la remunerazione economica non costituisce l’unico criterio di scelta. Per lo più aperti e tolleranti verso i migranti, i giovani pensano che l’affermazione personale non debba andare a discapito delle relazioni. Il loro sogno è che il riconoscimento delle loro capacita dal desiderio non sia dissociato dal vantaggio per la comunità circostante.

Che in mezzo a tante difficoltà, a tanto dolore, ci sia ragione di sperare lo mostrerà efficacemente il docufilm che vedremo nel pomeriggio. Un documento prezioso che ci permetterà di intuire quale può essere il nostro futuro. Prima di tutto rinnoviamo dunque i nostri occhi e il nostro cuore: di fronte ai guasti lasciati dallo sviluppo disordinato degli ultimi decenni, sono tanti coloro che stanno già cercando un nuovo modo di pensare e di vivere il le-game con l’altro (visto come costitutivo e non minaccia della propria libertà) e la realtà che li circonda (da rispettare, non semplicemente da sfrutta-re e manipolare). Secondo la cornice di uno sviluppo umano integrale tracciato dalla Laudato si’. Si tratta di non disperdere questo fermento, ma di convogliarlo in una visione unitaria che un po’ per volta occorre far emergere.

Forzando un po’ (ma non troppo!) i termini della questione, si può dire che l’Italia si trova davanti a un bivio: o cadere ancora di più nella spirale di sfruttamento e disuguaglianza resa possibile da una digitalizzazione che pretenda di organizzare l’intera società come una grande fabbrica; oppure incamminarsi verso un nuovo sentiero di sviluppo che, rilegando economia e società, metta al centro la creatività umana arrivando a delineare una transizione migliore tra vita e lavoro.

7. La primavera, però, non è l’estate – tempo del caldo e dell’attesa – e tanto meno l’autunno – tempo del raccolto. È piuttosto il tempo della semina, cioè della speranza, dell’audacia, dell’impegno. Di chi sa credere senza vedere ancora i frutti. È questa la stagione che stiamo vivendo! Ma che cosa possiamo o dobbiamo seminare?

8. Il tempo che viviamo ci sollecita a mettere in discussione l’idea semplice secondo la quale attraverso il consumo – sostenuto dalla finanza – sia possibile sostenere la crescita. L’ordine dei fattori va invertito: solo quelle imprese, quelle organizzazioni, quei territori, quelle comunità che sapranno mettersi insieme per “produrre valore” potranno prosperare. Prima occorre produrre valore e poi, solo poi, si può consumare. Non più viceversa. Si tratta di un vero e proprio Cambio di paradigma. Abbandonata la strada fasulla dell’illusionismo finanziario, siamo chiamati a tornare a “lavorare tutti insieme nella creazione di un valore comune”, insieme economico e sociale, materiale e spirituale, secondo un nuovo mix di efficienza e senso, imprenditività e solidarietà, immanenza e trascendenza.

9. Lo provo a dire con una metafora: nel nuovo “mare della tecnica” che avvolge l’intero pianeta, si ripropone la questione della terra. Etimologicamente, il termine “terra” significa secco, non umido, in contrapposizione al mare, ambiente liquido e infido e come tale impossibile da dominare. Dante usa l’espressione “gran secca” per dire che, per esistere, la terra deve emergere dal mare. La terra dà dunque il senso di una solidità, di una permanenza, cioè di una storia, di una cultura, di un futuro. Di un servizio.

In una parola, di un nomos, una legge. Parola che ha una triplice valenza etimologica: Nehmen significa presa, conquista; Teilen divisione, spartizione; Weiden coltivazione, valorizzazione. Che la “terra” (cioè la politica) rischi di ripresentarsi oggi come conquista (guerra) o divisione (muri) è evidente. Ma la verità è che, al di là di ogni pretesa di autosufficienza, la terra umana oggi si può costituire solo in rapporto al mare della tecnica e alle altre ter-re emerse. Certo, la terra presuppone un limite, una cultura (cioè una coltivazione). Ma questo non implica né muri né contrapposizioni. La via ce la suggeriscono piuttosto i biologi quando, a proposito delle cellule, distinguono tra parete e membrana: la prima trattiene tutto per quanto può e da via quanto meno possibile; la seconda, porosa e resistente, permette il fluire delle diverse sostanze senza per questo perdere la propria struttura. In effetti, se è vero che nessuna terra può fiorire oggi indipendentemente dal mare tecnico planetario (con i suoi codici, i suoi linguaggi, i suoi standard) è altrettanto vero che la terra – e il suo nomos – oggi può “emergere” più che mediante il richiamo alla separatezza e, con essa, al sangue, attraverso l’azione del custodire e del coltivare – che mette la tecnica al servizio della vita dei suoi abitanti.

10. Ecco dunque il “nomos della terra” nell’era del mare tecnico: per diventare umana, la terra va lavorata, insieme, con impegno e generosità. Perché così solo così può fruttare. In tale contesto, il lavoro non solo può, ma deve tornare a essere al centro del nostro modello di sviluppo. E non a parole ma nei fatti. Nelle scelte concrete delle imprese, della pubblica amministrazione, delle famiglie. Il che significa nelle forme contrattuali, nella imposizione fiscale, nelle regole degli appalti, nella organizzazione scolastica e educativa.

11. Invero, non c’è nulla di scontato nel dire che occorre rimettere al centro del nostro modello di sviluppo il lavoro nella sua accezione antropologicamente più ampia. Semplicemente perché veniamo da una lunga stagione in cui ciò non è stato vero. Ma cosa vuol dire mettere al centro il lavoro?

12. Primo: prendersi cura dell’umano in tutte le sue dimensioni. Si discute di formazione e competenze. Ma una cosa va riaffermata con forza: occorre for-mare, cioè capacitare, la persona, superando le false dicotomie che separano invece di tenere insieme. Non va bene un’idea di cultura astratta, distaccata, rispetto alla quale la realtà non pare mai all’altezza; ma nemmeno un tecnicismo asfittico, schiacciato sul fare per il fare. Occorre ribadire che la persona intera è fatta di tante dimensioni (cognitiva, emotiva, manuale, sociale) che vanno tutte stimolate e curate, coltivando il sapere teorico che quello pratico, la conoscenza formale e quella informale. La possibilità di realizzarsi anche lavorativamente (senza produrre scarti) dipende dalla crescita armoniosa di tante dimensioni diverse. Un processo delicato che deve vedere tanti soggetti e istituzioni agire di concerto. Perché una formazione integrale non è mai solo un affare privato. Dice bene un proverbio africano: per crescere un bambino ci vuole un intero villaggio. Tradotto nel linguaggio contemporaneo: L’educazione è un bene comune. Il che significa anche che, alla lunga, non c’è nemmeno crescita se la comunità non si cura dei propri giovani, soprattutto di quelli più fragili. In una prospettiva di sviluppo sostenibile, l’inclusione è un principio economico.

13. Secondo: Mettere al centro il lavoro significa creare un ecosistema favorevole a chi lo crea e a chi lo pratica. Obiettivo che in Italia appare rimane lontano. Andare in questa direzione significa: detassare quanto più possibile il lavoro e poi in generale le attività che lo creano; fare arrivare a chi crea lavoro (non a chi specula o vive di rendita) le risorse disponibili. Combattere il castello kafkiano della burocrazia. Gli avversari dunque sono chiari: finanza predatrice, stato distruttore, speculazione edilizia, sovranità del consumatore.

Ma non si tratta solo di “liberare” il lavoro. Si tratta anche di creare nuovo valore. Cioè nuova economia. Obiettivo che richiede Una rinnovata capacità di stipulare “alleanze” per creare quel “valore condiviso” tra le cui pieghe è nascosta buona parte dell’economia del futuro. Gli esempi sono tanti. Dal welfare all’edilizia, dall’ambiente ai beni culturali, dall’educazione alla ricerca, dall’energia alle infrastrutture: il lavoro può nascere solo la dove si saprà mettersi insieme per produrre nuovi tipi di beni. Quello che viviamo è un tempo di innovazione non di conservazione.

14. Terzo: Non basta parlare del lavoro purchessia. Il lavoro va sempre e di nuovo Umanizzato. Nell’epoca dei robot e della intelligenza artificiale, il lavoro si salverà solo capendo meglio e valorizzando la specificità del lavoro umano. Per reggere l’impatto della digitalizzazione c’è bisogno di una conversione culturale: passare da un’economia della sussistenza a un’economia dell’esistenza; produttrice, cioè, di sapervivere e di saperfare, dove il lavoro non sia mera fabbricazione, ma contribuzione. Come ha detto Papa Francesco, “Oggi la creazione di nuovo lavoro ha bisogno di persone aperte e intraprendenti, di relazioni fraterne, di ricerca e investimenti per risolvere le sfide del cambiamento climatico”. Per umanizzare occorre avere ben chiara la distinzione tra estrazione e creazione di valore. Nel primo caso si tratta di spremere il limone dell’efficienza andando a scovare tutti i frammenti di realtà a cui si può applicare un prezzo. Nel secondo caso, si tratta di cogliere i bisogni che non hanno ancora risposta, di mettere insieme ciò che è frammentato o disperso, di favorire la collaborazione tra le parti, di scommettere sulla capacità di iniziativa delle persone e delle comunità. Due strade in apparenza sovrapposte, ma che portano a esiti molto diversi.

15. Sono questi i 3 temi delle tre sessioni parallele dove proseguiremo il lavoro dei tavoli di ieri.

16. Di fronte alle gravissime difficoltà in cui si dibatte la generazione dei nostri figli non basta perciò evocare una generica ripresa, dubbia nella consistenza e ancora di più nei suoi effetti. Né tanto meno si tratta di sollecitarli a correre non si sa verso dove né per fare che cosa. Si tratta, piuttosto, di autorizzarli a diventare autori – col nostro pieno e convinto sostegno – della costruzione di un modello di sviluppo meno ossessionato dalla crescita quantitativa, dalle performatività, dall’efficienza e più interessato a una nuova sintesi tra materiale e spirituale, strumentalità e senso, efficienza e creatività. È questo l’invito di Papa Francesco: “adoperatevi per andare oltre il modello di ordine sociale oggi prevalente. Dobbiamo chiedere al mercato non solo di essere efficiente nella produzione di ricchezza e nell’assicurare una crescita sostenibile, ma anche di porsi al servizio dello sviluppo umano integrale. Non possiamo sacrificare sull’altare dell’efficienza – “vitello d’oro” dei nostri tempi – valori fondamentali come la democrazia, la giustizia, la libertà, la famiglia, il creato. In sostanza, dobbiamo mirare a “civilizzare il mercato”, nella prospettiva di un’etica amica dell’uomo e del suo ambiente”. Questa dunque deve essere l’ambizione: lavorare con e per le nuove generazioni allo scopo di promuovere il lavoro degno, non sfruttato e degradato, ragionevolmente retribuito e stabile. Come pilastro di un nuovo modello di sviluppo. Prima di tutto per ragioni di senso. Perché vogliamo la felicità delle persone. Di tutte le persone. E poi per ragioni di merito: perché nel tempo che viviamo solo la qualità del lavoro sarà capace di fare anche la sua quantità.

17. E tuttavia, nel caso Italiano, indicare la direzione non basta. Perché i nostri giovani ce la facciano, c’è bisogno di uno sforzo straordinario per trasformare in un’occasione l’allungamento della vita media. Giovedì il card. Bassetti ha parlato di un grande patto per il lavoro. Un patto che deve essere prima di tutto intergenerazionale. Se si vuole invertire il declino generazionale occorre realizzare un patto intergenerazionale che miri a sciogliere una contraddizione che rischia di essere micidiale: chi ha il patrimonio non investe perché vuole proteggersi (gli anziani) e chi vuole investire non può farlo perché non dispone delle risorse necessarie e anzi è gravato dal debito accumulato (i giovani). In condizioni differenti, ci troviamo in un passaggio di fase paragonabile al 1945 (con la Costituzione) e al 1970 (con lo statuto dei lavoratori). Oggi si tratta di proporre all’Italia di stipulare un grande patto intergenerazionale basato sulla rinnovata centralità del lavoro degno così da far emergere il “bene comune” (vero e proprio Inter-esse) che lega anziani e giovani: l’avvio di una stagione qualitativamente diversa di sviluppo (basata sulla centralità del lavoro) a vantaggio delle giovani generazioni come condizione per la sostenibilità della protezione degli anziani (che vivono più a lungo). Una opportunità che richiede la creazione di nuovi strumenti (finanziari, fiscali, contrattuali, etc.) per mettere in gioco Il patrimonio (cioè il dono-del-padre) mobiliare e immobiliare accumulato in favore della ripartenza delle giovani generazioni. Una questione che deve riguardare le famiglie, ma anche le imprese, le associazioni, lo stato, la chiesa.

17. Ecco dunque cosa ci chiede l’arrivo di una nuova primavera: tornare a seminare con speranza e larghezza così da poter sperare di raccogliere, a suo tempo, frutti buoni.

18. Ci sostiene una convinzione profonda: l’Italia ha tutte le qualità per essere il luogo dove aprire il cantiere di questo nuovo paradigma. La tradizione italiana si distingue infatti per non avere mai ridotto il lavoro alla astrazione, alla serialitá, alla banalizzazione, mantenendo piuttosto la capacità di incarnarlo nella concretezza della vita. Quando è stata fedele a questa sua vocazione, il lavoro italiano ha saputo tenere assieme ciò che altrove si è separato: il bello con la funzione, la mano con la testa, il singolo con la comunità, l’utilità con il dono, e soprattutto, il particolare con l’universale e l’immanenza con la trascendenza. In tale modello, il lavoro – inteso come esperienza viva in cui la persona conosce se stessa e si forma nel suo rapporto con la realtà (come dice Guardini, “l’uomo diventa se stesso quando abbandona se stesso, non però nella forma della leggerezza del vuoto ma in direzione di qualcosa che giustifica il rischio di sacrificare se stessi” – è stato fondamento del ben vivere e del ben essere, fattore di incivilimento, mediatore tra politica, economia e cultura. Ciò spiega perché il lavoro è sempre stato uno dei modi -forse il modo – mediante cui l’Italia ha saputo esprimere la propria anima. Da questo genius loci, che valorizza l’unicità di ogni esistenza, talento, vocazione, terra origina anche quella creatività che tanto peso ha sulla prosperità economica. Una originalità profondamente intrisa di quella matrice Cristiana che, secondo Guardini, fonda l’umanesimo della concretezza. Al di là delle difficoltà, la transizione in corso è l’occasione per recuperare e valorizzare questa nostra matrice culturale e spirituale che nei secoli ha prodotto esperienze straordinarie, ancora oggi ammirate in tutto il mondo. L’ultima in ordine di tempo è quella di Adriano Olivetti che già 50anni fa aveva intuito, e provato a mettere in pratica, l’opportunità di uno sviluppo sostenibile basato sulla valorizzazione del territorio e delle comunità di persone che lo abitano. È ripartendo da qui, dalla riscoperta della sua più intima matrice cattolica, che oggi l’Italia può risollevarsi, cogliendo le opportunità del cambio di paradigma in corso. Dobbiamo chiudere una pagina e aprirne una nuova. La primavera si annuncia, come suggeriscono i segni dei tempi. Ma, come altre volte in passato, senza il contributo coraggioso della radice Cattolica il paese non ce la farà. È questa la responsabilità da assumere: L’umanesimo della concretezza è, oggi come ieri, il codice più appropriato per ricomporre fede e storia.

Il Gruppo A: i giovani e il lavoro

“Dai delegati, rispetto al tema dei giovani, la formazione e il lavoro, emerge la necessità di differenziare i percorsi che esistono per permetterci di creare maggior valore per i giovani, attraverso il tema delle competenze”. Lo ha affermato Roberto Rossini, presidente delle Acli, presentando sinteticamente nella tavola rotonda “Giovani, scuola, formazione, lavoro” gli esiti di 33 tavoli di lavoro di svolti ieri da 330 delegati alla 48ª Settimana sociale dei cattolici italiani in corso Cagliari. Tra i fattori chiave per il successo nella creazione di lavoro ci sono: creazione di reti locali; valorizzazione delle presenze sul territorio; alternanza scuola-lavoro; scambio intergenerazionale, con la scoperta per esempio del maestro; orientamento, in termini di scelte di lavoro; formazione professionale e continua; educazione all’etica del lavoro; internazionalità e globalizzazione. In sintesi, “il lavoro non è più un fatto esclusivamente individuale ma il contesto obbliga a fare determinate scelte così come i legami possono rappresentare opportunità”. Tra le cose da fare come cittadini per il “buon lavoro” i delegati hanno indicato: senso civico, cittadinanza attiva e responsabilità personale; consumo responsabile; responsabilità della comunità cristiana; l’attenzione alla parola “lavoro” non scindendo tra quello manuale e quello intellettuale; l’informare e l’informarsi. In sostanza, ha commentato Rossini bisogna “passare alle tante idee di lavoro a nuove sintesi, tenendo conto che la realtà è una”. Infine le indicazioni alla politica: potenziare le politiche attive e di orientamento; favorire le buone pratiche etiche; defiscalizzare; semplificare la burocrazia pur nella legalità; attuare la parità scolastica; realizzare un part-time verso la fine della carriera lavorativa. Ma attorno ai tavoli si è parlato anche di pensioni e servizio civile universale obbligatorio. “Emerge il desiderio di collegare la teoria alla pratica, la conoscenza al lavoro, il talento al mestiere”, ha rilevato Rossini facendo riferimento soprattutto alla formazione professionale.

A queste indicazioni, si sono aggiunte le sollecitazioni di suor Carla Carelli del Cios di Cinisello Balsamo che ha denunciato come “da Roma in giù la formazione professionale non c’è o non funzione”. Invece “va diffusa e resa più solida”.

Irene Ioffredo, una delle giovani impegnate nel progetto dei “Cercatori di lavOro” che hanno individuato le “buone pratiche” in giro per l’Italia ha invece condiviso il fatto che “sono poche quelle arrivate dal mondo dell’istruzione e una sola dall’università”. “Nei giovani – ha aggiunto – c’è disorientamento, avvertono un mancato accompagnamento e l’assenza di un confronto generazionale”.

“Il capitale umano, cioè la qualità del lavoro, ha un nesso diretto e provabile con il Pil”. Lo ha affermato  Giorgio Vittadini, presidente della Fondazione per la sussidiarietà, intervenendo nella tavola rotonda. Vittadini ha spiegato che è cambiata la definizione del capitale umano: “oggi non c’è semplicemente bisogno di uno che sappia le cose ma serve flessibilità, creatività, capacità di reagire al cambiamento, capacità di giudizio e di interagire”. Serve poi “educare ad una personalità, abituare alla capacità critica, far interagire scuola e lavoro”. Secondo Vittadini, “torna di moda don Bosco che ha inventato la formazione professionale perché aveva un interesse alla persona. Proprio con l’industria 4.0 torna di moda l’educazione, dobbiamo educare e formare insieme. Chi educa e forma insieme crea il nuovo lavoratore”.

Partendo dal problema della disoccupazione giovanile, Paola Vacchina, presidente di Forma, ha sottolineato la necessità di “riavvicinare il mondo dell’educazione al lavoro” che è “una sfida culturale”. Preoccupanti sono poi i dati relativi ai “tassi d’istruzione terziaria, con solo il 25% dei giovani italiani laureati” così come “è alta, soprattutto in una certa zona del Paese, la dispersione scolastica”. L’istruzione e formazione professionale (Ifp) “accoglie poco più di 300mila ragazzi a fronte circa 2,5 milioni studenti nei licei, istituti tecnici e superiori”. “L’Ifp – ha aggiunto – è una realtà che esiste, ma a macchia di leopardo laddove si è investito”. Secondo Vacchina bisogna “riequilibrare il sistema educativo”, valorizzando “una modalità di apprendere che oggi molti giovani hanno” per “permettere a ciascuno di trovare la propria strada”.

“Serve un’alleanza tra adulti che autorizzi esperienze d’impresa negli oratori. Soldi veri, non stage”. Lo ha affermato  Johnny Dotti, amministratore di On impresa sociale. Riallacciandosi ad un passaggio della relazione che il card. Bassetti ha tenuto a Cagliari, Dotti ha spiegato che gli oratori possono diventare spazi per “esperienze di libertà” per consentire ai giovani di intraprendere iniziando, per esempio, con il “ristrutturare mobili, coltivare i campi della Chiesa, realizzare un sito per vendere le cose ritrovate nelle cantine”. Più in generale, secondo Dotti, bisogna “entrare in una fase di esperienze istituenti di natura educativa. Esperienze che non sono già istituite a priori, che non conoscono tutti i processi”. Per questo è necessaria “un’alleanza dentro le comunità per far vivere delle esperienze reali e di libertà ai ragazzi”. “Esperienze che significano anche rischi, ma questa è la vita”, ha commentato. Dotti ha concluso con un invito ai presenti: “non confondiamo gli strumenti e i dispositivi con la passione dell’educare. Prima ci dev’essere questa, poi vengono le riforme”.

La “riqualificazione continua del lavoratore” è uno dei punti toccati da Alberto De Toni, rettore dell’Università di Udine. “È il nuovo articolo 18”, ha affermato, aggiungendo che “dobbiamo lavorare sulla riqualificazione, investendo sul ‘lifelong learnig’ che è l’apprendimento continuo”. “Stiamo facendo troppo poco – ha denunciato – ed è un’autentica priorità”. Il rettore ha parlato anche delle diversità dell’Italia con gli altri Paesi relativamente al connubio scuola/università e lavoro. “L’alternanza scuola-lavoro è il cambiamento più importante fatto nell’ultimo secolo nella scuola italiana. Un che dobbiamo accompagnare”. L’ultima riflessione è stata invece dedicata al dualismo tra tecnologia e uomo. “Guardate – ha evidenziato – che il valore più grosso che le aziende oggi creano sono sul tema ‘human’, con l’innovazione ‘human based’ ad alto tasso di estetica, design, esperienza, emozione”. “Più che quello dell’industria 4.0 il tema vero è lo ‘human 4.0’. Sono gli uomini che tornano al centro”. “A fare la differenza – ha proseguito – non è il ‘digital divide’ ma lo ‘human divide’. Noi dobbiamo riportare gli uomini al centro dei processi di cambiamento. E la tecnologia è uno strumento”.

Il Gruppo B: nuove opportunità d’impresa

“Coinvolgendo nel nostro progetto persone disabili siamo riusciti a far crescere l’impresa, senza contributi statali. Siamo passati ad avere 300 dipendenti, partendo da due”. Lo ha detto Marco Bartoletti, imprenditore toscano, durante l’incontro sul tema “Creare nuove opportunità di lavoro e di impresa”, nell’ambito della 48esima Settimana sociale, a Cagliari. “Abbiamo cominciato l’attività nel 2000, nel settore del lusso e della moda. Con noi lavorano ragazzi autistici, down o con la sclerosi – ha raccontato -. Non avendo escluso nessuno ci siamo ritrovati tutti insieme in questa bella battaglia. Gli oggetti sono prodotti dalle competenze di persone che operano al di là delle loro condizioni fisiche”. Nei 17 anni di attività l’azienda di Bartoletti non ha ricevuto sovvenzioni statali. E lui lo rivendica con orgoglio. “Sarebbero un’offesa per le persone disabili e non ci servono neppure. Abbiamo ragazzi autistici che inizialmente vengono supportati da tutor. Poi, restano da soli e si ambientano. Anzi, cerchiamo di assumere persone dando priorità a quelle con le malattie più gravi. Oggi è responsabile della nostra logistica una ragazza che prima era in gravi condizioni”.

“L’impresa non genera solo valore ma diffonde anche valori”. Lo ha detto Stefano Franchi, direttore generale di Federmeccanica. Franchi ha individuato in “nuove norme e in una nuova cultura” gli elementi per “costruire nuove imprese”, perché “le norme possono essere anticipate solo da un cambiamento culturale”. Poi, attenzione alle iniziative no profit con le quali “avviare collaborazioni preziose”. Infine, uno sguardo al welfare. “I bisogni delle persone sono fondamentali e devono essere presenti anche nel contratto con la forma del welfare aziendale – ha sottolineato -. Non servono buoni benzina e buoni pasto. Si devono capire quali sono i bisogni dei dipendenti per consentire loro di dire ‘Grazie al mio lavoro riesco a fare ciò che mi piace’”.

“Le aziende italiane sono sottoposte a una concorrenza di imprese extra-europee che non garantiscono gli stessi diritti ai lavoratori. Quindi, veniamo penalizzati da questo sistema”. Lo ha detto Luca Saba, direttore di Coldiretti Sardegna. Saba segnala la necessità di rendere obbligatoria l’indicazione di origine del cibo per “sapere se il riso proviene da luoghi dove sono sfruttate le popolazioni oppure no”. Il modello di impresa delineato deve essere di “sostenibilità completa”, deve cioè basarsi “su diritti e regole, anche se costano”. “In Italia le regole sono diverse rispetto ai Paesi extraeuropei: qui viene rispettata la sicurezza sul lavoro, in altre nazioni non sempre – ha aggiunto -. Questo ha ricadute sulla concorrenza e sui costi”. L’auspicio è, quindi, di “combattere questa battaglia con la qualità dei nostri prodotti, perché il made in Italy è fatto di eccellenze, ma servono le stesse regole sul lavoro e sull’utilizzo etico dei fitofarmaci. Altrimenti sarà una battaglia impari”. Infine, una sintesi delle richieste degli agricoltori alle istituzioni: “Chi fa speculazione deve essere considerato criminale. I mercati siano trasparenti. Insomma, sia garantita la legalità”.

“La funzione sociale delle banche si declina nelle scelte imprenditoriali. Noi, prima di erogare denaro alle famiglie, impieghiamo ore e ore ad ascoltarle. Non ci porta lucro ma riteniamo sia la nostra missione”. Ha dichiarato Teresa Fiordelisi, presidente della Banca di credito cooperativo della Basilicata. La Bcc dispone di 11 filiali tra le province di Potenza e Matera e nell’ultimo anno e mezzo ha erogato 30 milioni di credito. “Nell’esame delle richieste che ci pervengono facciamo una selezione in base alle caratteristiche dell’impresa. Quella che ha comportamenti corretti nei confronti di fornitori, ambiente e persone per noi è privilegiata nell’erogazione del credito”. Una pratica che, secondo Fiordelisi, offre alla banca una maggiore competitività, perché “la responsabilità sociale è uno strumento che regola il mercato”. Nell’ultimo anno la Bcc della Basilicata ha anche scommesso su “progetti etici”, “anche se siamo consapevoli che non possono avere subito successo sul mercato”. Un esempio è il progetto finanziato che consente di donare gli avanzi dei supermercati ai più poveri. “Si tratta di contributi assegnati a fondo perduto. Ma in questo caso l’evoluzione del progetto ha dimostrato di avere un successo non solo sociale”.

“Le persone sono il principale fattore di sviluppo delle imprese, che si sviluppano dal loro sogno e dal loro talento”. Lo ha affermato Claudia Fiaschi, vicepresidente di Confcooperative, che ha passato in rassegna fattori e modelli di sviluppo. In queste dinamiche, a suo avviso, hanno un ruolo fondamentale le relazioni, che “creano uno spazio di mercato”. “Servono oggi modelli di sviluppo diversi dal passato, capaci di ridurre disuguaglianze tra persone e territori – ha sottolineato -. È cambiato anche il welfare. Il sistema nato dopo la seconda guerra mondiale non è più sostenibile né adeguato ai tempi. Non possiamo disegnarne uno nuovo con paradigmi vecchi”. Uno sguardo, quindi, alla “connessione con l’innovazione” e al “sostegno al radicamento locale ma con una prospettiva globale”. Con un monito: “Non basta avere una buona idea, bisogna farla diventare un buon progetto”. Tra i principali problemi per le imprese, secondo Fiaschi, “il ricambio generazionale che non riescono a compiere e la riconversione delle competenze”. Infine, una certezza: “Le professioni sociali non potranno fare a meno delle persone, non potranno essere sostituite da robot”.

Il Gruppo C: le sfide dell’innovazione

Oggi, nel mondo del lavoro, dobbiamo fare i conti con la “macchina sapiens”, che “interagisce con l’uomo e supera il modello del mero determinismo”. Lo ha detto padre Paolo Benanti, docente alla Pontificia Università Gregoriana, intervenendo alla tavola rotonda su “Il senso del lavoro umano e le sfide dell’innovazione”, in corso nella terza giornata della Settimana sociale di Cagliari. “Alla classica distinzione tra naturale e artificiale – ha spiegato – si affianca oggi l’introduzione dell’elemento sintetico, che è la categoria dove si collocano l’intelligenza artificiale e le macchine automatiche”. La “macchina sapiens”, ha fatto notare Benanti, “si adatta, evolve, muta, così come l’ho sapiens ha fatto fino adesso. Non solo: legge la realtà, la racconta e così ci fa stare insieme in maniera differente”. Negli Usa, uno dei dati citati dal relatore, “un’intelligenza artificiale media produce una diagnosi medica migliore di un medico medio”. E’ la “nuova materia del lavoro sui dati”, che fa sì che “più si lavora sui dati, più una serie di lavori saranno svolti meglio non dall’uomo ma dalle macchine”. Il lavoro sui dati, in altre parole, “supporta i sistemi informatici che lavorano meglio e con meno costi”: in questo modo, il grido d’allarme, “i lavori meglio pagati rischiano di scomparire dal nostro sistema sociale”. E’ questa, per Benanti, la “prima questione” da affrontare, per capire l’impatto e la portata delle innovazioni tecnologiche sul lavoro. La proposta è quella di “impostare le traiettorie delle trasformazioni”, scongiurando il rischio che “certe decisioni, fino ad ora affidate all’uomo, vengano affidate alle macchine in nome di un’efficienza produttiva”.​

Un “patto intergenerazionale”, a partire dalla “funzione sociale” del lavoro. Ad invocarlo è stata Annamaria Furlan, segretaria generale della Cisl. “Ritrovare il senso sociale del lavoro”, la proposta: “lavoro per i nostri giovani e per chi oggi ha tra i 50 e i 60 anni, entrambe categorie che rischiano di diventare in tempi molto brevi le prime vittime del cambiamento”. “Il tema della conoscenza – la tesi della Furlan – è il vero futuro del lavoro”, sia per i giovani che per gli anziani: di qui la necessità di chiedersi “cosa significa immaginare i percorsi formativi e come coniugarli con le imprese”. “Se dotiamo uomini e donne di competenze che offrono la possibilità di partecipare a creare lavoro, partendo dalla funzione sociale di quest’ultimo, produciamo una ricchezza che attraverso la partecipazione, l’equità e la giustizia diventa fonte di benessere per un popolo”, ha assicurato la segretaria generale della Cisl, che si è soffermata anche sul tema dell’inclusione, obiettivo essenziale da porsi in un momento in cui “vediamo qualche barlume di uscita dalla crisi”. Inclusione, ha spiegato Furlan, è anche “ius soli, o meglio ius culturae, che attraverso il riconoscimento della cittadinanza ci porti a guardare al futuro in modo più inclusivo”.

Il “made in Italy” di qualità è “in crescita sui mercati internazionali”. A fornire il dato, è stato Stefano Miceli, docente all’Università di Venezia. “Il nuovo made in Italy – ha spiegato l’economista d’impresa – ha abbandonato l’economia di scala per orientarsi su un’economia di  qualità e di personalizzazione”. Di qui l’impiego di “macchine su misura” in campi come la moda, il design, il cibo, settore quest’ultimo che è quello che “è cresciuto di più in questi anni di crisi”, soprattutto nel comparto vinicolo. Questo tipo di “made in Italy”, ha fatto notare l’esperto, “non può fare eccessivo riferimento all’automatizzazione aziendale, perché si fonda sul lavoro umano consapevole, sul fattore uomo che non si può eliminare perché è alla base del miglioramento continuo del prodotto”. “La manifattura ad alta intensità culturale – la tesi dell’economista – è il modo più virtuoso con cui noi italiani facciamo tecnologia dei mercati. Si tratta dell’unico settore che, in Italia, ribalta la produttività sul lavoro. Il made in Italy non è solo tecnologia, è un modo di lavorare, una sensibilità estetica, erede della grande artigianalità italiana, con cui incrociamo il mondo: è l’unico tipo di lavoro capace di tenere insieme manualità e digitale, capacità di crescita e prosperità della classe media”.

“Riformulare i diritti della persona del lavora, comunque lavori”. E’ questa la direzione su cui stanno orientando la loro riflessione i giuristi di tutto il mondo. Lo ha detto Tiziano Treu, presidente del Cnel. “I lavoratori della ‘gig economy’ – ha spiegato l’ex Ministro – sono un esempio di come il lavoro si stia frantumando, ma anche potenzialmente arricchendo. Oggi in tutto il mondo i giuristi si stanno interrogando su come dare risposti ai lavoratori digitali, nell’orizzonte di una nuova stagione di diritti fondamentali”. “Se vogliamo interrogarci sul senso del lavoro a partire dal rapporto con le nuove tecnologie, dobbiamo cominciare ad orientare risorse in questa direzione”, la proposta, ad esempio verso i “lavori green”, legati all’ecologia, e a quelli “white”, cioè i lavori di cura e di manutenzione dell’ambiente, che “sono destinati a diventare sempre più importanti”. Altra proposta di Treu per affrontare le sfide dell’innovazione, quella della “staffetta generazionale” tra i lavoratori, grazie alla quale “i lavoratori anziani siano incentivati a stare nei luoghi di lavoro continuando a qualificarsi, e i giovani siano aiutati e accompagnati da loro nei percorsi di ingresso e di avviamento”. “L’impatto dell’innovazione nel mondo del lavoro è molto incerto, ma non è determinato”, la tesi di Treu, secondo il quale “l’innovazione non è solo una grande potenzialità della tecnica, ma è anzitutto una ‘forma mentis’, un modo di vedere il futuro: è su questo che dobbiamo lavorare”.

Gentili, Miano, Notarstefano: le sintesi dei tre gruppi di lavoro

Gentili: “dobbiamo coltivare la vocazione di cercatori di lavoro”
“Il lavoro non lo porta la cicogna e non possiamo aspettarci che lo Stato o qualcuno ci dia il lavoro. Dobbiamo coltivare la vocazione di cercatori di lavoro”. Lo ha affermato Claudio Gentili, membro del Comitato scientifico e organizzatore della 48ª Settimana sociale dei cattolici italiani, presentando la sintesi della tavola rotonda “Giovani, scuola, formazione, lavoro” svoltasi questa mattina a Cagliari. “Non coltiviamo le vocazione a fare impresa”, ha ribadito Gentili, osservando che il “40% di disoccupazione giovanile non è frutto del ciclo economico ma del mismatch tra domanda e offerta di lavoro”. “Manca l’orientamento – ha proseguito – così come si investe poco sulla filiera Istruzione e formazione professionale (Ifp), istruzione tecnica (Its) e apprendistato”. Ma “l’educazione è un bene comune, l’inclusione è un vantaggio economico”. Gentili ha parlato positivamente degli incentivi all’imprese che assumo giovani nella Legge di bilancio, sottolineando l’importanza di “un’alternanza scuola-lavoro di qualità” e di un’“attenzione alla preparazione degli insegnanti”. Bisogna “mettere il lavoro al centro dell’apprendimento educativo”. E se “l’apprendistato è un potente strumento per contenere la disoccupazione giovanile” ancora poco sviluppato in Italia (3% contro il 23% della Germania), si registra “da Roma in giù una desertificazione della buona formazione professionale”. In un anno “si può passare da 23mila a 50mila persone coinvolte, con una somma di 35 milioni di euro in Legge di bilancio”. Bisogna anche “potenziare la formazione tecnica visto che nei prossimi anni 130-140mila dipendenti delle imprese tecniche andranno in pensione”. Serva inoltre “più raccordo università-impresa”. Una proposta emersa è quella della realizzazione di “centri di servizi e sportelli scuola-lavoro nelle parrocchie reinventando i lab-oratori”.

Miano: “riscoprire la partecipazione in relazione al mondo del lavoro che cambia”
“La partecipazione è un valore che dev’essere riscoperto anche in relazione al mondo del lavoro che cambia”. Lo ha affermato Franco Miano, membro del Comitato scientifico e organizzatore della 48ª Settimana sociale dei cattolici italiani, presentando la sintesi della tavola rotonda “Creare nuove opportunità di lavoro e di impresa” svoltasi questa mattina a Cagliari. Miano è ricorso a 4 coppie di parole per provare a rendere lo spaccato di quanto emerso. Innanzitutto “spazio aperto e ricerca”. “Rispetto all’uso delle nuove tecnologie, all’innovazione, alle macchine ci si può spaventare oppure ci si può mettere in grado di farne un uso buono. C’è incertezza, paura, ambivalenza” ma “bisogna stare in questo campo aperto e cercare di abitarlo con un di più di conoscenza e con una capacità di essere all’altezza della sfida, avendo chiaro che questo tempo ci chiede anche di riflettere su quelle che sono nuove tutele necessarie nel mondo del lavoro, e quindi su nuovi diritti e nuovi doveri”. Poi la coppia “locale e universale” che si riferisce a “territorio, italianità, economia della varietà”. “Questo si inserisce in un’ottica che è locale ma non è localistica, vive la prossimità nell’orizzonte della prospettiva globale in cui siamo”. C’è poi la coppia “comunità e partecipazione” con “l’importanza della legalità” visto che “il senso della comunità cresce nel rispetto della legalità”. Infine la coppia “senso e cura”. “Il lavoro richiama la dimensione della vocazione”, ha ricordato Miano, evidenziando la necessità della “riscoperta del lavoro di cura, che vanga valorizzato nell’ambito della legislazione e dell’attenzione delle istituzioni”. “Cura vuol dire prima di tutto passione – ha concluso – e rappresenta ingrediente fondamentale per la riscoperta del senso”.

Notarstefano: “in Italia esiste un giacimento di risorse che hanno bisogno di essere riconosciute come tali”
“In Italia esiste un giacimento di risorse che hanno bisogno di essere riconosciute come tali. Anche per questo abbiamo bisogno di una sguardo nuovo”. Lo ha affermato Giuseppe Notarstefano, membro del Comitato scientifico e organizzatore della 48ª Settimana sociale dei cattolici italiani, presentando la sintesi della tavola rotonda “Il senso del lavoro umano e le sfide dell’innovazione” svoltasi questa mattina a Cagliari. “C’è una grande consapevolezza, un desiderio di scommettersi e di mettersi in gioco, la voglia di continuare a tessere una rete che è già presente nei nostri mondi vitali”, ha osservato, aggiungendo che bisogna “continuare a tessere questa rete”. Rispetto alla “trasformazione culturale già in atto” c’è la necessità “attenzione alla formazione e all’accompagnamento, uno scambio intergenerazionale di competenze”. Notarstefano ha ricordato l’esperienza del progetto Policoro, l’impegno nella “cura dei beni comuni e dei beni confiscati”. L’impresa che si vuole realizzare – secondo i delegati a Cagliari – “dev’essere inclusiva verso giovani, donne, immigrati. Un’inclusione che non smarrisce la competitività delle imprese”. Ed è importante “umanizzare l’economia, restituire cioè una dimensione umana autentica necessaria per il cambio di paradigma, che è già all’opera”. È “un percorso che abbiamo sperimentato come possibile”, ha rilevato Notarstefano, facendo riferimento a “relazioni, connessioni, amicizia. Un dinamismo che va alimentato”. Per questo diventa sempre più importante un “investimento sulle persone e sulle relazioni”. “Chiediamo alla politica di accompagnare tutto questo”, ha aggiunto, senza dimenticare “gli ostacoli che costituiscono un vincolo allo sviluppo: burocrazia, armonizzazione fiscale, alla giustizia civile”. “Fare impresa oggi è una cosa bellissima, lo abbiamo visto dagli occhi degli imprenditori che abbiamo incontrato”, ha rilevato Notarstefano. “Ma è anche un’impresa che va incoraggiata”. “Vogliamo – ha concluso – un’impresa generativa, sostenibile, inclusiva”.

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